Bruce Springsteen, un viaggio nell’anima. Il nostro racconto del concerto di Milano del 30 Giugno 2025 allo Stadio San Siro

“Lo dico sempre. Si va a vedere Bruce Springsteen non per vedere come sta lui, ma per vedere come stai tu. Se sei ancora capace di commuoverti, esaltarti, urlare. Se sei ancora vivo.”
Questa frase è di Massimo Cotto, storico giornalista di Virgin Radio scomparso un anno fa, sul suo profilo Instagram subito dopo il concerto di Springsteen al Parco di Monza nel 2023.
E in quelle poche righe c’è una verità assoluta. Vai ad un concerto del Boss per capire se sei ancora vivo, per capire se sei ancora in grado di provare sentimenti veri.
La tua anima di fronte alle note e alle parole di Bruce non ha più difese che possano far fronte all’onda di piena che ti travolge.
Nonostante abbia alle spalle una dignitosa carriera sulle orme del Capo, anche ieri sera sono (siamo) stati travolti dalle emozioni.
Dalle lacrime copiose subito dopo l’intro di No Surrender, brano che contiene una frase talmente poetica e vera da diventare quasi banale “Abbiamo imparato più da un disco di 3 minuti di quanto abbiamo imparato a scuola”.Fino ad una sempre più struggente The River, che forse noi 50enni abbiamo capito appieno solo in tarda età, alla gioia, il divertimento, la condivisione

e la comunione di anime durante l’ultima raffica di 11 canzoni. Da Because the night a Chimes of Freedom, che hanno trasformato San Siro in una enorme forza positiva che in quel momento avrebbe avuto la meglio su qualunque cosa negativa del mondo.
Non è descrivibile quello che succede in poco meno di 3 ore di musica quando sul palco c’è il Diavolo del New Jersey. Prima del concerto ti guardi attorno e vedi persone che per la maggior parte hanno superato i 45 anni, chi ormai senza quasi più capelli in testa e i pochi rimasti bianchi, chi “espone” più o meno orgogliosamente i risultati delle proprie capacità di buongustaio. E chi invece ha ambedue le caratteristiche (ogni riferimento personale è puramente voluto), in rari casi insieme a loro vedi ragazzi più giovani (probabilmente figli se non addirittura nipoti) che si guardano intorno chiedendosi come fossero finiti in questa enorme RSA a cielo aperto.

Ma è sufficiente che la grande famiglia della E Street Band salga sul palco che tutto si appiattisce. Gli obesi iniziano a saltare, gli afoni a cantare, i ragazzi di prima sbigottiti che si chiedono cosa sia successo, i pensieri e le angosce della vita di tutti i giorni vengono definitivamente cacciati fuori da San Siro a chilometri di distanza.
Le distanze anche culturali e linguistiche si annullano. Sulle note di Twist and Shout un gruppo di inglesi o americani ha formato un cerchio a cui piano piano si sono unite altre persone quasi come se una calamita attirasse le persone a partecipare a quella manifestazione spontanea di gioia.
“Luca, stai esagerando” direte voi (e come direbbe sicuramente mio figlio 18enne). Invece è solo una descrizione (ovviamente di parte) di come l’appassionato di rock in generale e di Springsteen in particolare vive durante le 3 ore scarse del concerto.

Come ogni cosa di questa vita il concerto termina e ricominci a guardarti intorno. Chi piange ancora, adesso, forse, per motivi diversi. Chi si abbraccia come al termine di un viaggio compiuto insieme. Chi ha un sorriso quasi ebete di gioia stampato sul viso. Chi si accorge che l’anestesia è finita e che tutti i dolori a schiena, gambe e altro ricompaiono tutti insieme e moltiplicati per 10 (vale riferimento di cui sopra). Ma tutti sono consapevoli che la magia è finita e sono consci che la persona che esce da San Siro non è la stessa che è entrata. Magari la “cura” durerà solo qualche ora o qualche giorno, ma poco importa, l’importante è averla assimilata.
Faccio una sorta di P.S. a questo articolo: non ho parlato volutamente della “trama” politica che questo tour si porta dietro. Non ne voglio fare una colpa a Springsteen e non voglio farne una questione di (eventuale) differenze di idee politiche. Ma ho trovato questa impronta almeno inappropriata. E’ vero che quello che succede in America riguarda tutto il mondo, ma ritengo che i comizi debbano essere fatti nel paese dove ci sono i problemi ovvero negli Stati Uniti.

Secondo P.S.: non ce la possiamo fare. Come si può dire di aver vissuto un concerto se hai passato l’80% del tempo a filmare con il tuo cellulare quello che stava succedendo? Ormai l’avete capito, sono vecchio, ma anche se avessi 20 anni non riuscirei a godermi un concerto e filmarlo nello stesso momento. E anche mio figlio 18enne l’ha capito.
Ultima cosa, poi smetto di affliggervi. Un ringraziamento grande, enorme a chi ieri era con me: mia figlia Giorgia, al suo secondo concerto del Boss. Che ha continuato a piangere mentre stavamo uscendo da San Siro sulle note di This land is your land chiedendomi se sapevo se fossero già in programma nuovi concerti per l’anno prossimo. Andrea e Bina, che dire. Io e Andrea in un mondo senza Springsteen non ci saremmo mai potuti sopportare. Divisi su tutto, squadre del cuore (sia calcio che basket), idee politiche, gusti sulle moto, eppure quando si parla di Springsteen non c’è niente che ci possa dividere. Bina, ho già aperto una petizione per dichiararla santa, vista la pazienza nel sopportare il losco figuro di cui sopra. Marco, sarcastico e tagliente ma sempre di grande compagnia. Cinzia, 60 km di distanza, amici in comune, eppure 10 anni che non ci si vedeva.
Anche qui il Boss annulla il tempo che passa e ci fa ripartire da capo.