28 anni dopo, la scoperta di un mondo alla deriva. La nostra recensione del capolavoro firmato dalla coppia Boyle – Garland

Dopo quasi 23 anni di attesa, il tanto desiderato seguito di 28 giorno dopo è stato presentato al grande pubblico. E tutte le aspettative su questa pellicola sono state pienamente soddisfatte.
Il nuovo lavoro della coppia d’oro Danny Boyle – Alex Garland è riuscita, infatti, ancora una volta a stupire con una pellicola di genere.
Perché 28 anni dopo non è solo il terzo capitolo – secondo per i due autori – di una saga zombie horror. Ma la materializzazione in chiave horroristica di una realtà, la nostra, che continua a mostrare i suoi lati peggiori.
La trama narra le vicende di Spike, un ragazzo di 12 anni, che vive con i genitori su un’isola della Scozia mentre la realtà attorno a loro è devastata dal virus della rabbia che ha trasformato gli uomini in creature rabbiose e deformi.
Dopo aver visto il mondo esterno con suo padre, scopre che è presente un medico sulla terra ferma. E quindi, dopo aver scoperto l’infedeltà del genitore, decide di lasciare l’isola con la madre per farla visitare e curare da questo personaggio considerato dai più folle.
28 anni dopo è un film a dir poco fantastico. Che grazie alla metafora horror mette in evidenza la vita di tutti i giorni, mostrandola attraverso le sue contraddizioni.
Il mondo che viviamo è totalmente protagonista di questa opera. Con la solitudine, l’alienazione e le guerre continue che mantengono gli esseri umani sempre sul chi va là.
Le vicende narrate attraverso le esperienze, e la maturazione, di un ragazzino mettono ancor più in evidenza questo aspetto. Portando a una scoperta dell’io e dell’altro tramite gli insegnamenti che acquisisce Spike man mano che accadono i fatti.
A ciò si associa anche il conflitto tra scienza/ragione e fanatismo religioso, soprattutto nel finale.
Con il primo elemento che tende farsi strada con saperi acquisiti, anche con il rispetto per la morte che circonda quella nuova realtà come parte della vita.
E il secondo che invece cerca di andare avanti per simbolismi vuoti utili solo a rafforzare quella che si pensa sia una mentalità diffusa.
La caratterizzazione dei singoli personaggi, poi, impreziosisce l’intero lavoro. Attribuendo peculiarità specifiche a ognuno e portando i singoli a reagire in base alle proprie specificità.
I tanti primi piani e una fotografia stupenda, unita ai sempre amati infetti, rendono il tutto perfetto. Conducendo gli spettatori a volerne di più di questo universo che non stanca mai di appassionare.