Joker: Folie à Deux, tanto Arthur e poco Joker

Joker: Folie à Deux, tanto Arthur e poco Joker. La nostra recensione del film di Todd Phillips seguito dell’acclamato Joker del 2019


Joker: Folie à Deux
Joker: Folie à Deux – La locandina

Un film che sin dal suo annuncio aveva entusiasmato per il ritorno del personaggio ma destato grandi perplessità. E che alla fine si è rivelato al grande pubblico proprio tramite queste due sensazioni che un po’ tutti si aspettavano di ritrovare.

Joker: Folie à Deux, pellicola di Todd Phillips e seguito dell’ottimo Joker del 2019, ha lasciato gli spettatori attoniti. Spiazzandoli per quanto presentato e per la direzione che si è voluta prendere in questo sequel.
La trama riparte esattamete dove si è concluso il primo film. Arthur è internato nel manicomio criminale di Arkham e, in uno stato quasi catatonico, attende l’esito del verdetto della giuria per quanto fatto in passato.
L’incontro casuale con Harleen Lee Quinzel, internata in una struttura in cui viene usata la musicoterapia, cambierà totalmente la sua vita. Portandolo a intraprendere una strada a metà tra il villain e il bistrattato uomo della periferia di Gotham City.
Rispetto al precedente lavoro, in questo Joker: Folie à Deux i punti interrogativi sono molteplici.
Al netto di una buona regia e di una fotografia ben fatta, il film si presenta come una sorta di musical a metà. Al pari di un musicarello anni 50’/ 60′, senza però incidere a dovere.
L’espediente, utilizzato per far riemergere il cattivo interiore, risulta però non indimenticabile e quasi inserito per dare forza alla presenza di Lady Gaga, che comunque non sfigura del tutto nel ruolo.
A questo dato, inoltre, si aggiunge la mancata evoluzione definitiva del personaggio. Che ripercorre, in un certo senso, un cammino già fatto nel precedente film.
Così facendo ci si ferma nello stesso punto in cui si era giunti nel 2019, impedendo tanto al personaggio quanto alla pellicola di arrivare al culmine di quella strada tracciata in passato.
L’elemento si associa anche alle tematiche trattate, che in sostanza sono le medesime e paiono lasciare immobile un lavoro in cui sarebbe stato necessario osare molto di più.
Il finale criptico, in cui si riafferma il concetto di legacy, lascia poi stupito lo spettatore.
Da questo punto di vista l’impressione è che il regista abbia voluto da un lato rispondere alle tante critiche ricevute per la caratterizzazione del primo episodio. E dall’altro ribadire, ancora una volta, un’idea che già nel finale precedente era stata di gran lunga esplicitata.

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