Il tempo che ci vuole, quando l’amore tra padre e figlia diventa arte

Il tempo che ci vuole, quando l’amore tra padre e figlia diventa arte. La nostra recensione del nuovo lavoro di Francesca Comencini


Il tempo che ci vuole
Il tempo che ci vuole – La locandina del film

Non si può affrontare la tempesta della vita adulta da soli. C’è bisogno dell’amore paterno e del cinema.

Il tempo che ci vuole è un film presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia e uscito nelle sale il 26 settembre 2024.

Una dedica molto intima ad un papà, ad un grande regista che scrisse una pagina importante di cinema e che ne salvò un’altra altrettanto importante: Luigi Comencini.

Francesca Comencini, la regista, fa esattamente ciò che il padre nella sua carriera ha cercato di non fare: utilizzare la propria storia per farne la propria arte.

Un cast meraviglioso costruisce questa storia. Fabrizio Gifuni, nei panni del Padre; Romana Maggiora Vergano, come Figlia e la piccola Anna Mangiocavallo, nei panni della Figlia bambina.

La pellicola narra dell’evoluzione del rapporto tra il padre e la figlia, dall’infanzia fino alla maggiore età della ragazza e la conseguente senilità del padre. Un percorso non certo senza ostacoli e difficoltà, che si presentano solo nel momento in cui si diventa grandi.

La figlia bambina vive per il padre; vive con lui la creazione della versione cinematografica/ televisiva di Pinocchio e la sua unica paura è il pescecane della favola, visto all’interno di un libro illustrato.

“Prima la vita e poi il cinema”, disse il padre proprio sul set di Pinocchio; sarà proprio ciò che lui si troverà a fare: accantonare il suo lavoro per stare accanto alla Figlia, durante il suo periodo di dipendenza dalla droga.

Il tempo delle favole è finito, per entrambi. Ora la situazione si è ribaltata: è il padre che vive per la figlia e la rincorre, quasi in modo ossessivo, ma lo fa solo per il suo bene.

La figlia non lo capisce subito, forse a causa del disprezzo giovanile, ma se ne accorgerà quando vedrà il proprio padre arrancare nel suo continuo rincorrerla. Da qui uno scambio di ruoli inevitabile, dettato dal continuo avanzare del tempo, anche all’interno dei rituali più intimi tra padre e figlia.

Un film su un rapporto universale. Nel quale ognuno riesce ad immedesimarsi nei personaggi, soprattutto chi quel rapporto e quell’amore l’ha vissuto poco o non l’ha vissuto affatto. I nomi propri dei personaggi non vengono mai utilizzati, se non in qualche raro momento, così che ogni spettatore possa fare suo quel legame.

Un film sul fallimento, o meglio, nel quale viene esplicitamente (in una scena meravigliosa) insegnato e accettato il fallimento. Poco dopo il culmine di un climax di tensione ed emozioni creatosi poco prima, toccando i tasti giusti della sensibilità di ogni spettatore, con molta dolcezza e comprensione.

Un film su come il cinema sia una cura, grazie al suo potere onirico, ma grazie anche a chi ha a cuore più di ogni altra cosa la tua felicità, perché alla fine sarà anche la sua.

Giorgia Di Lonardo

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