Non siamo più vivi

Non siamo più vivi, l’horror zombie made in Corea del Sud

Non siamo più vivi, l’horror zombie made in Corea del Sud. La nostra recensione del nuovo prodotto targato Netflix


Non siamo più vivi
Non siamo più vivi – La locandina

Parlando di letteratura horror, Anne Rice, autrice della celebre saga delle Cronache dei vampiri, disse: Racontare il sovrannaturale è il modo più espressivo per descrivere la realtà.

Questa frase, che rispecchia il nostro modo di vedere il genere (come evidenziato anche nelle nostre pubblicazioni), rappresenta in tutto e per tutto quello che è questo magnifico mondo. Che spesso si presenta con romanzi straordinari. Altre volte con film al di sopra dell’ordinario. E altre ancora con serie tv degne di nota.

Ed è proprio l’ultimo universo che questa volta voglaimo prendere in considerazione. Perché dalla Corea del Sud ci è pervenuta una perla horror zombie, degna di nota: Non siamo più vivi.

Tratta dal webtoon di Joo Dong-geun, Non siamo più vivi narra l’ardua lotta per la sopravvivenza di un gruppo di ragazzi di una scuola coreana dopo lo scoppio di un’epidemia zombie.

Abbandonati dalle istituzioni e alla mercé dei mostri, faranno di tutto per mettersi in salvo e rimanere saldamente tra le fila dei non infetti.

Non siamo più vivi è un concentrato di valori, che investono la società di tutti i giorni, e di riferimenti, più o meno voluti, alla letteratura e cinematografia.

Considerando entrambi gli ambiti, in modo da poter analizzare meglio lo sceneggiato, è possibile dire che la situazione descritta è significativa per il mondo che stiamo vivendo.

Il gruppo di ragazzi, infatti, è praticamente l’agnello sacrificale della nostra società. Che da un lato viene fagocitato, o quasi, da individui plagiati dal conformismo e dall’altro evitati dallo Stato che non si fida totalmente di loro.

Attraverso questa metafora horrorifica, gli autori portano alla luce una triste verità. In cui le nuove generazioni, o le categorie più deboli in generale, vengono solo in apparenza supportate e di fatto abbandonate al loro destino.

Allo stesso tempo viene trattato in maniera ineccepibile il tema del bullismo. Un argomento che spesso e volentieri viene affrontato con superficialità, ma che è purtoppo diventato centrale nella quotidianità.

Nella serie, lo sguardo sull’ambito ha due precise direttrici che si snodano prima e dopo gli eventi catastrofici. Con specifiche conseguenze e determinati spunti di riflessione che mirano a stimolare lo spettatore.

Così facendo Non siamo più vivi coglie a piene mani tanto dal magnifico cinema di George A. Romero, con i suoi morti viventi, quanto da The Enemy di Charlie Higson in cui è descritta una situazione similare.

Il prodotto, però, riesce a far emergere anche molte altre perculiarità positive del genere umano. L’amicizia, l’amore e la famiglia, intense nel loro senso più purò, sono difatti le armi che permetteranno ai protagonisti di mettersi al sicuro.

Grazie a queste, e all’immensa forza che i tre fattori attribuiscono ad ognuno, i ragazzi non solo scanseranno il pericolo con ingengno, ma acquisiranno nuova forza per il prosieguo della loro vita.

In questo tratto della serie abbiamo trovato una specifica affinità con un altro capolavoro di genere: IT di Stephen King.

Come i Perdenti anche i ragazzi maturano e si evolvono in base allo scorrere degli eventi. E come nel romanzo riescono a giungere ad una consapevolezza tale da renderli in certi casi degli esempi per la situazione che vivono.

Infine è necessario citare lo spettacolare trucco e un’ottima fotografia.

I due elementi, oltre a sublimare il genere, arrivando a concepire degli zombie alla Zack Snyder, rendono le atmosfere degne di un lavoro come questo, che, come detto, è molto più di una semplice  fiction horror.

Alessandro Falanga

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