Lo chiamavano Michele di Potenza

Lo chiamavano Michele di Potenza, storia di un poliedrico artista lucano

Lo chiamavano Michele di Potenza, storia di un poliedrico artista lucano. La nostra recensione del nuovo lavoro di Walter De Stradis


Lo chiamavano Michele di Potenza
Lo chiamavano Michele di Potenza – La copertina del libro

Storia, musica e tradizione rappresentano un trittico perfetto. Che negli anni ha permesso non solo di fare emergere un determinato tipo di cultura ma anche delle specifiche sfumature di un determinato territorio.

Questi tre elementi, infatti, sono riusciti nel tempo a caratterizzare tanto un popolo quanto un modo di esistere attraverso uno spazio totalmente dedicato.

Con il suo Lo chiamavano Michele di Potenza, Walter De Stradis è riuscito a far riemergere questi tratti e decantarne le peculiarità attraverso la figura, per l’appunto, di Michele Mancino detto Michele di Potenza.

Lo scritto (edito Villani editore, 2021) del giornalista e scrittore è qualcosa di molto particolare.

Che non si limita a narrare la vita e le opere dell’artista lucano, ma sviluppa una vera e propria analisi tracciando un solco che parte dalla musica e tocca, man mano, anche differenti ambiti.

La caratteristica in questione è lampante sin dalle prime pagine.

Lo scrittore, difatti, non parte direttamente dalle vicende vissute. Ma da un episodio orginale nella vita del protagonista che traccia perfettamente i contorni del protagonista, gli aspetti tipici del periodo storico e del movimento sociale e musicale in cui si sviluppano.

In questo modo De Stradis centra un duplice obiettivo.

Da un lato rende noto il soggetto del lavoro e dall’altro lo avvicina alla realtà di tutti i giorni.

A questo grande espediente iniziale, lo scrittore ne aggiunge un altro parecchio significativo.

La narrazione non è incentrata solo ed esclusivamente sulla vita del musicista/attore.

Lo chiamavano Michele di Potenza
Walter De Stradis

Ma su un più ampio apparato che fa della ricerca storia, sociale, dialettologica e territoriale il suo vero punto di forza.

Grazie a ciò, quindi, è possibile comprendere più fattori che vengono rivelati di volta in volta tra le pagine.

Nascita e sviluppo del folk urbano, contesto in cui si diffonde questo tipo di musica (con la cruciale diatriba tra campagna e città) ed evoluzione artistica (legata ad opportunità cinematografiche) sono il fulcro dell’intero lavoro.

La scorrevolezza e la divisione in brevi capitoli, fungono infine da perfetta cornice del libro.

Facendo ciò l’autore consente di indirizzare maggiormente l’attenzione su uno specifico argomento, non appesantendo la lettura con la più classica delle biografie.

In sostanza Lo chiamavano Michele di Potenza è un libro da leggere assolutamente. Per scoprire un poliedrico artista. Per concepire l’evoluzione di ogni singolo territorio. E per capire come eravamo, come siamo e come saremo.

Alessandro Falanga

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