L'uomo vestito di nero

L’uomo vestito di nero, un perfetto binomio tra scrittura e disegno

L’uomo vestito di nero, un perfetto binomio tra scrittura e disegno. La nostra recensione della nuova edizione del racconto edito Sperling&Kupfer (2020)


L'uomo vestito di nero
L’uomo vestito di nero – La copertina del volume

Rivelare tutto ciò che c’è dietro ad un racconto.

Aprendosi totalmente a coloro che si apprestano a leggere lo scritto.

Con la nuova edizione de L’uomo vestito di nero, Stephen King riesce tanto a magnificare il suo lavoro (con un racconto vincitore del World Fantasy Award e del O. Henry Award) quanto ad aprirsi al pubblico sotto ogni punto di vista.

La storia – presente nell’antologia Tutto è fatidico del 2002 – è infatti un concentrato di contenuti che investono la scrittura, la trama e lo scrittore. E in più cercano, attraverso le splendide tavole di Ana Juan, di far vivere i fatti al lettore quanto più possibile.

L’uomo vestito di nero narra le vicende di Gary, un uomo anziano ormai vicino alla fine della sua vita.

Nel tentativo di rimuovere un trauma infantile – l’incontro, per l’appunto, con l’uomo vestito di nero (una sorta di demone che cerca di ucciderlo) – decide di rivivere l’accaduto, appuntando il tutto su una sorta di diario.

Secono Gary in questo modo avrà la possibilità di scacciare per sempre quell’orribile ricordo, anche se alcuni dubbi ancora attanagliano la sua mente in proposito.

Con questa differente edizione de L’uomo vestito di nero, il re dell’horror si mette totalmente a nudo di fronte ai suoi lettori.

Questo è riscontrabile in diversi punti. E si rende maggiormente visibile con la presenza del racconto  Il giovane signor Brown, di Nathaniel Hawthorne, a cui lo scrittore ha voluto rendere omaggio.

Il dato in questione è riscontrabile anche in un altro elemento.

Come accaduto in diverse altre opere, King trasforma il protagonista in scrittore. In un passaggio che traspone l’autore (che sembra quasi fuso con il personaggio) all’interno della novella.

L’esercizio portato avanti da Gary, però, non è semplice annotazione. Ma un vero e proprio strumento per calmare la paura. Per non dimenticare qualcosa che è stato (e che magari potrebbe essere ancora).

E, soprattutto, per (tentare di) cancellare qualcosa che ha scosso in maniera violenta la sua esistenza.

All’interno dello scritto, invece, la mano di King è più che visibile.

E ciò rende ancor più piacevole la lettura.

Il tempo (come in alcuni dei suoi maggiori romanzi) è di fondamentale importanza.

L’autore rievoca difatti eventi passati che sono tornati a manifetarsi nel soggetto principale dopo tanti anni. Come una ferita mai chiusa definitivamente con cui l’individuo è obbligato a fare i conti una volta per tutte.

La variabile temporale è strettamente collegata ad un altro marchio di fabbrica. I luoghi descritti.

Castle Rock (La zona morta, Scheletri e altri romanzi) e Kashwakamak (Cell e Il gioco di Gerald) consente di realizzare un iter letterario tra le tante produzioni avute negli anni.

Come ciliegina sulla torta c’è poi l’elemento nascosto che lascia al lettore la possibilità di orientarsi su un determinato binario.

Così facendo, King permette di porsi diverse domande. Gary ha visto veramente quell’uomo vestito di nero? O il suo inconscio lo ha portato ad un modo per elaborare la scomparsa del fratello? E se fosse così, perchè Gary ha paura di rincontrare l’uomo dopo la morte?

A chiudere definitivamente il cerchio ci sono le fantastiche tavole della spagnola Ana Juan.

Il lavoro dell’artista – proposto in maniera irregolare tra le pagine – da un lato porta nel libro chi ha tra le mani il volume e dall’altro rende reali gli eventi di una storia al limite dell’immaginabile.

Alessandro Falanga

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