Doors

The Doors, il blues psichedelico degli anni sessanta

La storia dei Doors, band guidata dal carismatico Jim Morrison che durante la fine degli anni sessanta ha cambiato per sempre la musica rock


L’America dei Doors, quella dei primi anni Sessanta, è un Paese che vive numerosi shock. L’uccisione di Kennedy, la guerra del Vietnam, i Missili di Cuba e la consapevolezza che gli USA non sono un Paese perfetto. Le nuove generazioni di giovani non sono interessate alla politica né tanto meno alla guerra. Una buona parte delle nuove generazioni si dedica all’arte, al cinema, alla musica, creando un pensiero controcorrente che diventa un vero e proprio stile di vita.

Tra questi Ray Manzarek, il quale studia cinema all’UCLA: fa la conoscenza di Jim Morrison, anche lui studente di cinema. I due assieme al chitarrista Robby Krieger e al batterista John Densmore fondano nel 1965 i Doors.

Il sound dei quattro vive delle evoluzioni alla tastiera di Ray Manzarek, appassionato di J.S. Bach e di musica classica, del jazz e del blues di Chicago. Lo stile di Robby Krieger la cui chitarra echeggiava la classica spagnola ed il flamenco, la musica indiana e modale, il free jazz, lo slide blues bottleneck e la musica classica. Il batterista Densmore il cui stile unico, esotico ed espressionista deve moltissimo al jazz ed al tribal.

L’estate del 1966 è quella del rodaggio. I testi di Morrison – influenzati da Aldous Huxley, Friedrich Nietzsche, Arthur Rimbaud – vengono tradotti in musica e il repertorio dei quattro si fa sempre più corposo. Quella stessa estate dopo aver suonato al celebre Whisky A Go Go entrano in studio di registrazione per The Doors.

L’album esce nel gennaio del 1967 ed è un successo annunciato. Ci sono le ritmiche rock – Break On Through, Alabama Song – ci sono i pezzi visionari, ci sono il blues di Backdoor Man, Twentieth Century Fox e Light My Fire.
E poi c’è The End. Il brano è una lunga suite di dieci minuti dove Morrison cita Edipo. Una lunga coda strumentale preannuncia il famosissimo verso “father I want to kill you, mother i want to…” che farà scalpore.

Nel febbraio dello stesso anno i quattro rientrano in studio. Il figlio delle session è Strange Days che non cambia di una virgola l’approccio alla forma canzone dei quattro. Ci sono lunghe code strumentali e lisergiche come When The Music’s Over e i riff killer di Love Me Two Times o People Are Strange. C’è l’indemoniata Strange Days e la romantica You’re Lost Little Girl.
Strange Days non cambia il mondo musicale dei Doors. Ma le cose sono destinate a evolversi.

Dal vivo la band è devastante: Morrison sembra un attore teatrale con la sua voce baritonale e oscura e il suo atteggiamento da poeta maledetto. Nel 1968 un concerto viene interrotto per una lite tra Morrison e un agente di polizia.

Nel luglio dello stesso anno esce Waiting For The Sun. Si registrano le prime innovazioni. The Unknown Soldier, Five To One o My Wild Love risultano dei veri e propri esperimenti. Spanish Caravan è un flamenco inaspettato nella discografia dei Doors.
Il disco è più soft, più pop rispetto ai primi due. La percezione è quella di trovarsi davanti a un disco di transizione. Tale sensazione trova conferma nel 1969 quando i Doors pubblicano The Soft Parade.

Prima di parlare del disco va detto che in quel periodo Morrison è sempre più estraneo alla band. E’ stato accusato di atti osceni in luogo pubblico durante un concerto. Le esibizioni si sono fatte più pericolose, dipendono dall’umore del leader del gruppo.

Al suono classico dei Doors viene aggiunta una sezione di archi e fiati come in Touch Me, uno dei brani più famosi del disco. A causa dei crescenti problemi con l’alcol di Jim Morrison, il chitarrista Robby Krieger svolge un ruolo più importante nel disco, contribuendo a circa la metà del materiale sul disco, e cantando la traccia vocale principale del ritornello in Runnin’ Blue.

The Soft Parade è il disco più strano dei Doors. Il suono è stato completamente stravolto. I dissidi interni alla band prolungano di molto di tempi di lavorazione del disco. Morrison, sempre più alieno alla band, partecipa controvoglia alle sessioni di registrazione del disco, presentandosi spesso ubriaco. Se però pensate che il flop di The Soft Parade possa minare le certezze dei Doors vi sbagliate di grosso.

Il 1970 è l’anno di Morrison Hotel. Assieme ai Doors sono venute fuori altre band, specie dall’Inghilterra. Ci sono gli Stones, gli Who, i Led Zeppelin, i Deep Purple e i Black Sabbath. Tutte queste band sono influenzate – indirettamente o no – dal blues. I Doors decidono di lavorare in studio proprio con il blues, uno dei loro primi amori.

Quello che ne esce fuori è un disco perfetto, adeguatamente bilanciato. Dopo aver giocato con numerosi generi musicali i quattro pubblicano un disco magnifico a partire dall’iniziale Roadhouse Blues, con un riff killer di Krieger. Segue la psichedelica Waiting For The Sun, il funk rock di Peace Frog e la romantica Blue Sunday.

Ci sono accenni di jazz in The Spy e di blues in Maggie M’Gill, Land Ho! e Ship Of Fools.

Ancora influenzati dal blues nel 1971 i Doors pubblicano L.A. Woman. Se nel precedente album gli echi blues si facevano più insistenti in L.A. Woman ci troviamo davanti a un LP composto quasi interamente da giri blues. Basti ascoltare The Cars Hiss By My Window o Been Down So Long.
L.A. Woman è il disco della maturità dei Doors. Fa abbandonare le tentazioni psichedeliche dei primi dischi – che affioravano ancora nel precedente Morrison Hotel – e li proietta verso nuove e misteriose lande.

A chiudere il disco ci pensa la misteriosa, visionaria, oscura Riders On The Storm.

La copertina dell’album ritrae i membri della band, da sinistra a destra: Manzarek, Densmore, Krieger e Morrison, con quest’ultimo che vuole apparire più piccolo e basso rispetto agli altri e con il suo look barbuto da poeta bohémien più maturo, ormai lontano da quello del sex symbol di pochi anni prima. Oltre a giocare sul cambiamento fisico e psicologico, l’immagine del nuovo Morrison racchiudeva alla perfezione l’autodistruzione del proprio mito messa in atto da Jim stesso.

La storia dei Doors volge al termine il 3 luglio del 1971, quando Morrison muore in circostanze mai del tutto chiarite. Il suo corpo venne ritrovato privo di vita nella vasca da bagno del suo appartamento a Parigi. Si concluse che fosse morto per arresto cardiaco, anche se successivamente venne rivelato che nessuna autopsia venne effettuata prima che il corpo di Morrison fosse sepolto al cimitero di Père-Lachaise di Parigi.

Dopo la morte di Morrison i tre Doors incidono Other Voices e Full Circle, senza però riscuotere gli stessi successi avuti con Morrison. Nel 1978 esce An American Prayer, realizzato sovrapponendo la voce di Jim Morrison tratta da una registrazione perlopiù di poesie declamate dal cantante nel 1970 alle musiche composte per l’occasione. 

Nel 1979 il regista cinematografico Francis Ford Coppola utilizza la celeberrima canzone The End per il suo famosissimo Apocalypse Now, film capolavoro sulla guerra del Vietnam con Martin Sheen e Marlon Brando tra gli attori del cast. Un anno dopo Jerry Hopkins e Danny Sugerman realizzano la biografia su Jim Morrison No One Here Gets Out Alive che diventa un bestseller.

Nel 1991 il regista Oliver Stone gira The Doors, un film molto criticato dai fans del gruppo ma che ha contribuito nei più giovani a rinfocolare la passione per la musica della band. Val Kilmer interpreta Jim Morrison mentre Meg Ryan è la sua fidanzata Pam.

Il mito dei Doors è sempre vivo, alimentato dalla figura carismatica e senza tempo di Jim Morrison, un artista che ha influenzato con la sua voce molta della musica degli anni a venire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.