Iron Maiden

Gli anni ottanta degli Iron Maiden

Gli Iron Maiden hanno cambiato pelle numerose volte durante gli anni ottanta. Raccontiamo la loro storia e i loro dischi fino a Seventh Son Of A Seventh Son


Gli Iron Maiden nascono verso la metà degli anni settanta. Steve Harris, bassista che ha militato nei Gypsy’s Kiss e Smiler ha già scritto un pugno di brani che intende portare nel suo nuovo progetto chiamato Iron Maiden, ispirato al film per la televisione The Man In The Iron Mask.

Il sound è pesantemente ispirato dal punk dei Sex Pistols e dei Clash. Siamo verso la fine degli anni settanta e chiunque si appresti a fare musica deve giocoforza fare i conti con la realtà sonora del momento: il punk.
Ma Harris vuole di più. Appassionato di musica anni settanta, vuole portare nel nuovo decennio lo stile del rock classico.

Dopo una serie di cambi di musicisti la band riesce a trovare una propria stabilità nel 1978 quando un giovane cantante di nome Paul Di’Anno si unisce alla band. Assieme a lui ci sono già Dave Murray alla chitarra e Doug Sampson alla batteria. Gli anni successivi sono di rodaggio per la nuova band che cambia batterista sostituendo Sampson con Clive Burr e aggiungendo una seconda chitarra, quella di Dennis Stratton.

Questa formazione pubblica il 14 Aprile 1980 il primo LP, Iron Maiden.

Musicalmente il disco unisce gli elementi del punk – in primis la voce strozzata di Di’Anno – con alcuni elementi metal come i riff e gli assoli di Murray.
Siamo ancora lontani dal metal epico che renderà gli Iron Maiden famosi in tutto il globo eppure questo primo disco presenta una serie di elementi che compariranno nei futuri dischi.

Oltre alle celebre Running Free, Prowler e Iron Maiden l’album contiene al suo interno Phantom Of The Opera, una mini-suite di sette minuti con svariati cambi di tempo, il primo tentativo degli Iron Maiden di staccarsi dai soliti canoni musicali e di rischiare con qualcosa di diverso.
La ballata Strange World riguarda ciò che succede in un mondo fantastico immaginato da Harris.

Iron Maiden segna la nascita della New Wave Of British Heavy Metal. Il genere prosegue idealmente il messaggio iniziato anni prima da Led Zeppelin, Black Sabbath o Deep Purple. Ma siamo solo all’inizio dell’avventura.

Parliamo ora di Derek Riggs, illustratore inglese celebre per aver creato Eddie The Head, la mascotte degli Iron Maiden. In ogni copertina di ogni disco degli Iron Maiden compare Eddie, ogni volta trasformato e riadattato. Nella copertina di Iron Maiden era un punk notturno. Nella copertina di Killers del 1981 è un serial killer con tanto di accetta puntata verso il pubblico.
Eddie è il marchio distintivo del gruppo inglese assieme al sound che inizia a prendere forma. Il secondo disco del quintetto inglese registra un paio di novità.

Alla band si unisce Adrian Smith, amico d’infanzia di Dave Murray e appassionato di Deep Purple e in generale del rock anni sessanta e settanta.
Smith – che prende il posto di Dennis Stratton – è un chitarrista molto dotato. La sua presenza va ad arricchire il suono della band che in Killers si fa più pesante e più ricco.

Se Iron Maiden era un album indubbiamente convincente ma poco a fuoco, Killers è un disco più coerente, più entusiasmante e più profondo. Se non ci credete ascoltate Another Life o l’epica Wratchild.
The Ides Of March – brano strumentale che apre il disco – sembra omaggiare lo stile dei Pink Floyd.

Il disco esce il 2 Febbraio 1981 e non riesce a replicare il successo del primo disco, arrivato al quarto posto tra i dischi più venduti.
Killers è chiaramente un disco transitorio, una fase di evoluzione tra un genere e l’altro. Killers è un album molto più omogeneo e meno sporco del precedente. Ma il bello deve ancora arrivare.

Nel frattempo Di’Anno viene cacciato: alcune voci dicono che Steve Harris non condividesse lo stile di vita eccessivo del cantante e che si aspettasse di più dal frontman della sua band. Altre voci dicono che Di’Anno se ne sia andato per sua scelta, abbandonando una nave che stava salpando verso lidi più importanti.

Poco importa, col senno di poi la scelta di Harris di puntare su Bruce Dickinson si rivela vincente. The Number Of The Beast, terzo disco degli Iron Maiden, si distacca giocoforza dai precedenti lavori. Il timbro vocale di Dickinson è più squillante, potente e raffinato di quello della vecchia voce degli Iron. Anche il suono cambia, per meglio adattarsi all’ugola del cantante ex Samson.

Clive Burr svolge un lavoro importantissimo, coadiuvato dalla liriche di Harris che prende spunto dalla Bibbia e dal mondo del cinema per scrivere i suoi testi: una costante che resterà invariata per tutta la storia dei Maiden. Children Of The Damned, seconda traccia del disco, mostra tutti i muscoli di una piccola rivoluzione sonora in atto.

Pur non essendo il disco migliore dei Maiden è sicuramente il più celebre, grazie a brani come The Number Of The Beast, 22 Acacia Avenue, Children Of The Damned, Halloweed Be Thy Name – una preghiera di un condannato a morte – e Run To The Hills. Brani che ancora oggi vengono proposti dal vivo.

Prodotto da Martin Birch – produttore per Deep Purple, Rainbow e Whitesnake – il disco vede in copertina Eddie giocare con il diavolo in persona. Proprio a causa di questa vicinanza – ovviamente giocosa – da parte della band verso il diavolo, i Maiden saranno accusati di essere dei satanisti. Niente di più falso: le liriche di Harris sono chiaramente scherzose, intelligenti e provocatorie.

Nonostante il successo clamoroso di The Number Of The Beast, Steve Harris non è ancora soddisfatto pienamente della sua creatura. E’ in arrivo una nuova rivoluzione. Nel 1983 i Maiden fanno uscire Piece Of Mind.

Partiamo dalle modifiche nella band. Clive Burr viene sostituito da Nicko McBrain, batterista tecnicamente assai dotato e capace di muoversi a suo agio nei cambi di tempo già accennati in Phantom Of The Opera e Halloweed Be Thy Name e che d’ora in avanti saranno marchio di fabbrica dei Maiden. Eddie, la mascotte del gruppo, è rinchiusa in un manicomio.

Il gioco di parole tra Piece Of Mind – pezzo di mente – e Peace Of Mind – pace di mente – sta alla base del titolo del disco. Ancora una volta si provoca, si scherza. 

Piece Of Mind si apre con la poderosa Where Eagles Dare che mostra tutta la bravura dietro le pelli di McBrain, ma c’è un’altra novità. Oltre a un suono sempre più vicino all’heavy metal c’è da segnalare la scrittura di brani da parte degli altri elementi.

Se fino ad ora Steve Harris scriveva i testi a volte coadiuvato da altri elementi del gruppo, ora si registra una certa indipendenza negli elementi stessi, con Bruce Dickinson che scrive la potente Revelations o Adrian Smith e lo stesso Dickinson che danno vita a Flight Of Icarus, uno dei brani-chiave dell’LP.

Una delle tematiche più usate da Harris resta quella della guerra. Ne aveva già parlato in Run To The Hills e lo fa anche in The Trooper con il suono di basso che sembra mimare il rumore dei cavalli al galoppo. La produzione di Martin Birch esalta il suono del gruppo, dalle chitarre effettate di Smith e Murray al basso di Harris, l’anima del suono degli Iron Maiden.

Il disco è sicuramente più melodico dei precedenti – Bruce Dickinson svolge un lavoro sopraffino – con gli intrecci di chitarra e la struttura dei brani che diventano più ricercati e complessi come in To Tame A Land, brano di chiusura del disco e, secondo Steve Harris, uno dei pezzi migliori dei Maiden.

Piece Of Mind esce il 16 Maggio 1983 ed è il primo vero disco della formazione definitiva degli Iron Maiden.

Powerslave è invece il quinto disco della band, esce il 3 Settembre 1984 e già alla vigilia della pubblicazione si rivela il disco più ambizioso del quintetto. Questa volta Eddie The Head è un dio egizio. Il tema dell’Egitto sembra essere il filo conduttore del disco. Attenzione: sembra in quanto Powerslave non è un concept album (quello arriverà dopo). 

Il tema della guerra torna in Aces High, l’opener del disco introdotta nei live da un discorso di Winston Churchill risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Il riff esplosivo del brano viene esaltato dalla performance di Dickinson che scrive assieme al fidato Adrian Smith 2 Minutes To Midnight, brano su un’imminente guerra nucleare.
Flash Of The Blade
viene inserito da Dario Argento nella colonna sonora come tema portante del suo film Phenomena del 1985.

Gli Iron Maiden sono un quintetto di musicisti affiatati che finalmente ha trovato la propria chimica. Lo si sente soprattutto nella strumentale Losfer Words (Big ‘Orra) sorta di divertissment che rivela tutte le capacità dei musicisti, in particolare di Steve Harris, anima e cuore della vergine di ferro.

Powerslave racconta dei dubbi di un Faraone dinanzi alla sua mortalità.
Discorso a parte merita Rime Of The Ancient Mariner, il brano più lungo scritto dai Maiden, anzi da Steve Harris ispirata a un racconto di Samuel Taylor Coleridge.

Parte come un brano poderoso heavy metal contorniato dai cambi di tempo e da atmosfere misteriche che fanno di Rime Of The Ancient Mariner uno dei brani più importanti degli Iron Maiden.

Dopo l’uscita del disco la band si imbarca nel World Slavery Tour, ambizioso come il disco che promuove. Il tour è lungo ed estenuante e viene celebrato da Live After Death, doppio LP dal vivo che dimostra che gli Iron Maiden sono all’apice. In particolare il genere heavy vive un periodo d’oro con band come Slayer e Metallica.

Se nei primi dischi la rivoluzione era legata al cambio continuo di elementi – uno in ogni disco dei primi quattro fino a Piece Of Mind – questa volta la rivoluzione è sonora. I primi lavori della Vergine Di Ferro pagavano un consistente debito nei confronti della moda dell’epoca: il punk, anche grazie all’approccio di Paul Di’Anno.

Gradualmente la band si distacca dal genere per dare vita a un heavy metal senza fronzoli, arricchito da cambi di tempo, una sezione ritmica tra le migliori di sempre e la voce duttile di Bruce Dickinson.

Steve Harris non è contento. Punta sempre a cambiare qualcosa, a innovare. Per Somewhere In Time immagina uno scenario freddo e futuristico in stile Blade Runner. Eddie questa volta si trova nel futuro, è un killer del futuro, in una città che contiene riferimenti al mondo Maiden – il pub Aces High, il ristorante Ancient Mariner, l’orologio che segna 2 minuti a mezzanotte e tantissimi altri – e che è un piccolo capolavoro di grafica. Ma anche i contenuti del disco non sono da meno.

Harris chiede ai chitarristi di utilizzare le guitar synth, ovvero chitarre elettriche dotate di sintetizzatore per sconvolgere il suono dei Maiden.
Il risultato si ascolta nei primi secondi di Caught Somewhere In Time coi sintetizzatori che sembrano creare un’atmosfera gelida, futuristica e lontana.
Adrian Smith prende la band per mano e la trascina attraverso il riff di Wasted Years – uno dei brani più importanti del disco – Stranger In A Stranger Land e Sea Of Madness.

Steve Harris risponde con Heaven Can Wait – altro brano simbolo del cambio di stile dei Maiden – e Alexander The Great, epico sunto sonoro dei Maiden.
Come sempre, i temi sono svariati e affascinanti. 
Il Somewhere In Tour registrerà il tutto esaurito in diversi Paesi anche grazie all’uso di fuochi d’artificio ed effetti speciali sul palco sempre più innovativi. La fascinazione dei synth continuerà in maniera ancora più massiccia nel disco successivo, il capolavoro degli Iron Maiden. Il settimo figlio.

Sabbath Bloody Sabbath dei Black Sabbath sconvolgeva il suono del gruppo di Birmingham per via della presenza di sintetizzatori. I fan dell’epoca accolsero con freddezza l’innovazione sonora, anche se col tempo il disco dei Sabbath divenne uno dei più amati dai fan. Forse addirittura il più amato.

Quindici anni dopo la storia si ripete. Nonostante una certa insofferenza da parte dei fan duri e puri verso i synth, è indubbio che tanto Somewhere In Time quanto -soprattutto – Seventh Son Of A Seventh Son siano i capolavori indiscussi degli Iron Maiden. Lo sono a livelli tematico e sonoro. Il settimo disco dei Maiden vede una presenza ancora più massiccia dei synth.

Anche in questo disco sia Harris che Smith suonano i synth ma compare anche un nuovo elemento in studio, Michael Kenney, che suona le tastiere.

Adrian Smith, Bruce Dickinson e Steve Harris scrivono Can I Play With Madness – perfetta unione tra chitarre e synth – e la shakesperiana The Evil That Men Do.
Smith e Dickinson danno vita all’opener Moonchild che parte con un riff di chitarra acustica e cui si aggiungono i synth e le chitarre elettriche.
Anche l’approccio di Bruce Dickinson alle canzoni muta: il questo disco la sua voce è più sporca e tagliente ma comunque potente.

Seventh Son Of A Seventh Son può essere considerato il primo concept-album degli Iron Maiden. Un disco che cita apertamente la magia, le profezie, i sogni e le presenze demoniache. Il tutto raccontato attraverso la nascita del settimo figlio di un settimo figlio reclamato tanto dalle forze del bene quanto da quelle del male.

L’LP flirta per la prima volta con sonorità progressive metal che saranno approfondite successivamente nei dischi futuri.

Seventh Son Of A Seventh Son è una suite di nove grandiosi minuti, nella prima metà dei quali Bruce Dickinson regala un’interpretazione che fa paura. La restante metà è una coda strumentale misteriosa ed attraente. C’è The Prophecy, una canzone col suo mid-tempo medievaleggiante.
Si ritorna su binari più veloci con la magnifica The Clairvoyant, canzone che conta su una melodia riuscitissima e su un assolo centrale tra i più belli della storia della band.

Dopo l’uscita del settimo disco la band parte nel Seventh Tour Of A Seventh Tour – che sarà celebrato nel live Maiden England ’88 – e registrerà la perdita di Adrian Smith. I successivi album – No Prayer For Dying e Fear Of The Dark – saranno un rientro in terreni sonori più fidati ma indubbiamente meno originali.

Nel 1994 Bruce Dickinson lascia la band. I Maiden daranno vita a due dischi influenzati da Seventh Son Of A Seventh Son ovvero X Factor e Virtual XI.
Nel 1999 Adrian Smith e Dickinson tornano nella band, creando nuovi album influenzati dal metal progressive di quel capolavoro di nome Seventh Son Of A Seventh Son.

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