The Last Dance

The Last Dance, la storia dei Chicago Bulls di Michael Jordan

The Last Dance racconta l’epopea dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Un mito che è nato a fine anni ottanta e che ha cambiato per sempre la pallacanestro


Una troupe al seguito di una squadra per tutta una stagione. E un ultimo ballo ancora da compiere. Il mito di Michael Jordan e dei suoi Chicago Bulls rivive attraverso la serie Netflix The Last Dance. Nelle dieci puntate troverete immagini inedite e interviste ai campioni dei Chicago Bulls che hanno fatto la storia del basket per tutti gli anni novanta. Vengono raccontate le gesta degli eroi della pallacanestro. Ma al centro di tutto c’è Michael Jordan. La sua storia e i suoi canestri smuovono la vicenda, dalle delusioni a fine anni ottanta alla crescita degli anni novanta grazie a coach Zen Phil Jackson.

The Last Dance non è improntata sull’elogio, ovviamente. La serie Netflix si prende il rischio di raccontare pregi e difetti di Jordan. Durante le puntate scopriremo che la competitività di Jordan non conosce limiti, portando His Airness ad avere un vero e proprio vizio per il gioco d’azzardo. Vengono mostrate tensioni all’interno dello spogliatoio per alcune battute scappate a Jordan e riportate in forma di diversi libri che puntavano a smontare il mito di Jordan quando era all’apice.

Ma andiamo con ordine. Partendo dall’ultima grande stagione insieme (1997/1998) ogni episodio corre lungo la linea del tempo, mostrandoci l’ascesa Michael Jordan, la sofferta vicenda di Scottie Pippen, i colpi di testa di Dennis Rodman e l’arrivo di Phil Jackson, il coach giusto per portare i Bulls alla vittoria del primo anello della loro storia.


The Last Dance è un viaggio perfetto. Dal primo episodio conosciamo il giovanissimo Jordan del 1982, dove decide una finale con un tiro a pochi secondi dal termine. Lo seguiamo ai draft del 1984. Qui i Chicago Bulls lo scelgono alla numero tre. Di lui si dice che è poco alto e che non può guidare un team NBA. Ma Michael Jordan ha qualcosa di unico, un talento capace di fermare il tempo e di restare sospeso nell’aria. E – guardate attentamente le sue azioni se ancora non le conoscete – di accarezzare, manipolare quella palla in modo unico. Fino a farla arrivare a canestro.

Il secondo episodio è dedicato al vice Scottie Pippen. Il numero 33. Il giocatore più forte dei Bulls dopo Jordan. In quegli anni è sottostimato dai suoi stessi dirigenti. E’ solamente sesto come ingaggio nella squadra e addirittura centoventiduesimo (!) tra i giocatori NBA. Ma Pippen non è solamente il secondo violino. E’ tutto ciò che serve a Jordan e alla squadra per diventare quello che è diventata. La sua leadership silenziosa viene fuori proprio quando c’è la necessità di mantenere unita la franchigia nei momenti di maggiore difficoltà. Nel 1997 non si affretta a curare un infortunio, e perde mezza stagione. La timeline ci porta indietro fino alla sua infanzia e ai primi passi nel mondo della pallacanestro.


L’episodio tre è dedicato alla figura di Dennis Rodman. Il cattivo, il pazzo, l’esagerato. Quello con i piercing, con capelli e le unghie colorate. Ma anche quello che fa il lavoro sporco. Stiamo parlando di uno dei migliori rimbalzisti della storia dell’NBA. Il miglior difensore degli ultimi trent’anni in campo è una forza della natura. Ma è anche uno che ha bisogno di forti motivazioni. In The Last Dance si parla anche della sua relazione con Madonna, della sua scomparsa per una notte, alla fine della quale fu trovato in macchina con un fucile, e della sua vacanza a Las Vegas con Carmen Electra. Le celebri ottantotto ore di vacanza.
Troveremo un giovanissimo Rodman dalla parte del nemico, con la casacca dei Detroit Pistons, i grandi avversari dei Bulls tra gli ottanta e i novanta.


La quarta parte di The Last Dance si sofferma su Phil Jackson, il coach. Colui che dal 1990 impostò il gioco dei Bulls non più solo su Jordan, ma sulla squadra. Fondamentale nello schema tattico di Jackson è l’impostazione offensiva. La Triangle offense è lo schema meno comune e più difficile da applicare nel basket. Questa arma, sviluppata da Tex Winter – suo vice nei Chicago Bulls prima e nei Los Angeles Lakers poi – si rivela fondamentale nelle vittorie di Chicago. Il momento chiave, in questo senso, è la finale NBA del 1991. Chicago Bulls contro Los Angeles Lakers. Michael Jordan contro Magic Johnson. In gara 5 Jackson dirà a Jordan, marcatissimo, di passare la palla ai giocatori liberi: uno di loro, Paxson, deciderà la gara. È grazie a Phil Jackson che Michael Jordan, fino ad allora considerato un grande giocatore ma non uno in grado di far vincere la sua squadra, entra nell’Olimpo di giocatori decisivi. Accanto a Larry Bird e Magic Johnson.


L’episodio 5 racconta il 1992 di Michael Jordan. E’ l’anno della consacrazione, l’anno degli spot, delle Air Jordan. L’anno dei vip in fila per scambiare due parole con il mito. E’ l’anno delle Olimpiadi – fa scalpore la scelta di non convocare Isiah Thomas guarda caso nemico storico di Jordan – con lo scandalo Reebok. Ma è anche l’anno delle prime critiche.
Dietro queste critiche si nasconde il fatto che ormai Jordan è un’icona, non solo uno sportivo. E tutti vorrebbero un pezzo del mito.
Viene mostrato il passaggio di testimone da Bird/Johnson a Jordan. Viene anche accennato l’incontro con Kobe Bryant, a cui è dedicata la puntata. In questo caso durante l’All Star Game del 1998 – il primo per Bryant – sancisce l’avvicendamento tra due delle figure più influenti della pallacanestro mondiale.


Il sesto episodio racconta il 1993 nero di Michael – ricordiamolo il punto centrale è sempre la stagione 1997/1998 – l’anno che getta ombre sul gioco di azzardo, ma nonostante le numerose critiche Jordan chiude la stagione vincendo il terzo anello di fila. Questo episodio tende a riportare Jordan tra gli umani.
Fino a quel momento il giocatore era stato dipinto come l’uomo senza macchia. Con lo scandalo sul gioco d’azzardo viene ridimensionata la figura della guardia fuori dal campo. In Jordan Rules di Sam Smith, inoltre, vengono evidenziate anche le fratture all’interno del roster. Il giornalista del Chicago Tribune mette in evidenza tutti quelli aspetti ignoti di quei Bulls che porteranno poi a dirette conseguenze sulla squadra e sui singoli giocatori. Un nome su tutti: Horace Grant accusato di aver spifferato i segreti dello spogliatoio.


Il settimo episodio racconta la svolta, clamorosa nella carriera di MJ: l’idolo dei Bulls decide – anche a causa del’uccisione del padre – di abbandonare il basket e dedicarsi al baseball. Per un lunghissimo anno e mezzo Jordan cambia il suo fisico e lo modella per il baseball, inseguendo la causa dei Chicago White Sox. La conferenza di addio al basket è un evento mediatico senza precedenti: viene seguita in tutto il mondo, ancora una volta viene rimarcata l’immagine iconica di un atleta.
Anche in questa puntata compaiono teorie – a volte bizzarre – sull’abbandono di Jordan. C’è chi addirittura sostiene che non si trattò di un abbandono ma di una vera e propria squalifica da parte dell’NBA, mascherata da addio al basket.

Lentamente Jordan – anche a causa di un lungo sciopero nel mondo del baseball – riabbraccia la causa del basket. Sia in questo episodio che in quello successivo si mette in evidenza la competitività e la voglia di vincere di Jordan. La guardia dei Bulls, infatti, mette in mostra ancor di più il suo atteggiamento e la sua caparbietà nell’andare oltre gli obiettivi che si era prefissato.


Nell’ottavo episodio Jordan torna nei Bulls appena in tempo per il playoff del 1995. Gli Orlando Magic di Tim Hardaway, Shaquille O’Neal e dell’ex Horace Grant si riveleranno avversari tosti e i Bulls sono costretti alla clamorosa resa. Jordan rientra nel mondo della pallacanestro, ma il suo rientro è molto lento. Durante la stagione cambia numero – dal 45 in onore del padre al suo 23 – ma purtroppo la stagione è persa. La sconfitta, bruciante e amara, motiva al massimo il rientrato Jordan. Per tutta l’estate 1995 His Airness si allena – mentre è al lavoro su Space Jam film della Warner Bros – in modo da arrivare in condizioni perfette alla nuova stagione. Il risultato? Nella stagione 1995/1996 i Chicago Bulls fanno 72-10, uno dei record NBA superato da Golden State nel 2015/2016 che però non ha portato poi al titolo.

Nei play-off vincono il primo turno con i Miami Heat con un secco 3-0. Passano la  semifinale di conference sconfiggendo i New York Knicks per 4-1. Vincono la finale di conference contro gli Orlando Magic 4-0 vendicando la sconfitta dell’anno precedente. Vincono la finale NBA sconfiggendo i Seattle SuperSonics per 4-2 durante il giorno della festa del papà. Una vittoria dolceamara con Jordan visibilmente provato per l’assenza del padre.

Nel frattempo si continua a raccontare la storia della stagione 97/98. Al primo turno battono i New Jersey Net in scioltezza per 3-0. Al secondo turno affrontano Charlotte Hornets vincendo 4-1.


Gli ultimi due episodi sono interamente dedicati alla trionfale marcia del 1998.

L’ultimo ballo, per l’appunto.

L’episodio nove, oltre a riprendere la serie con gli Indiana Pacers, considera un altro giocatore fondamentale per i Bulls: Steve Kerr. Il play/guardia, ora head coach dei Golden State Warriors, ripercorre la sua storia e la tragica morte del padre. Il cammino di Steve e le sorti della sua famiglia, che lo avvicinano molto a Jordan, lo portano a ricoprire un ruolo particolare in quel team. Viene infatti spesso paragonato a quel Paxson che fu fondamentale durante il primo ciclo. Al pari del play anni novanta, anche Kerr si trova a decidere una finale dei Bulls (mediante uno schema simile). Come Paxson verrà preso in considerazione maggiormente per la sua determinazione e la sua voglia di mettersi in discussione. Dopo il racconto su Kerr e le Finals del ’97, la serie torna sull’ultimo ballo. Per raccontare la spettacolare finale successiva.


Con l’episodio dieci, The Last Dance raggiunge livelli epici. In questo non viene solamente raccontata la finale di quell’anno. Vengono, difatti, presi in considerazione diversi fattori che caratterizzeranno quel roster favoloso. La rivalità con Utah – sconfitta l’anno prima durante le Finals del 1997 – rappresenta solo un contorno di quanto viene raccontato.
La bravata di Rodman prima di gara 4, l’infortunio di Pippen nella decisiva gara 6 e il carisma di Jordan nel caricarsi la squadra e portarla al secondo threepeat. L’intera serie si conclude con uno dei ricordi più belli di quella squadra.

Il mitico Phil Jackson, subito dopo la vittoria del titolo, organizza una riunione con tutti. L’ultima. Viene messo in atto un rito che spesso viene usato nei funerali per elaborare il lutto. Chiede a tutti di scrivere su un bigliettino cosa vuol dire far parte di quel team e poi brucia tutto in un cestino. Anche in questo caso Jordan primeggerà. Scrive una poesia ed esterna quanto sia stato importante il gruppo in quell’occasione. In chiusura, piccola polemica per la gestione di Krause e Reinsdorf di quell’ultima stagione e coda dedicata a ciò che rimase di quel grande team che fece la storia.

Partono i titoli di coda: parte Present Tense dei Pearl Jam. L’ultimo ballo è finito.

Antonio Soda

 

Alessandro Falanga

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