Gigaton

Gigaton, i Pearl Jam e la voglia di reagire

La recensione di Gigaton, nuovo ed attesissimo disco dei Pearl Jam, un lavoro che cambia senza stravolgerlo il sound della band di Seattle


Gigaton è un disco che si è fatto aspettare quasi sette anni e francamente, dopo gli ultimi dischi della band, è sembrata la mossa giusta. Avevamo lasciato i Pearl Jam nel 2013, anno di pubblicazione di Lightning Bolt, riconosciuto universalmente come uno dei più brutti lavori della band di Eddie Vedder.
In questi anni i superstiti del grunge ci hanno dato dentro con esibizioni live in tutto il mondo, raccogliendo schiere di nuovi fan.

I Pearl Jam del 2020 sono una band che ha lavorato sul proprio suono. Non snaturandolo, ma dando al proprio modo di suonare una nuova profondità. Cercando nuove vie sonore per esprimere il proprio sound.

Dance Of The Clairvoyants rappresenta quanto scritto sinora. I membri della band si scambiano gli strumenti – Jeff Ament suona chitarra e tastiere, Matt Cameron una drum machine, Stone Gossard suona il basso – per dare vita a un funk rock inaspettato nella loro lunga discografia. Una lieta sorpresa.

Quick Escape è un rock senza fronzoli, introdotto dal suono di sintetizzatori con un giro di basso molto seventy arricchito sul finale da note di pianoforte che sembra suonato da Trent Reznor. Il flirt con l’elettronica si fa più pesante nella successiva Alright la prima ballad di Gigaton.

A proposito di ballate, River Cross in questo senso è il pezzo più importante del disco. E’ il pezzo che chiude il disco, ed è basato principalmente sul suono dell’organo. E’ un pezzo in crescendo accompagnato dal lavoro dietro le pelli di Matt Cameron e da una prestazione canora di Vedder sopra le righe.

Ma ci sono anche i brani rock. I primi pezzi del disco, come da tradizione, sono i brani più tirati. Dall’opener Who Ever Said passando per Superblood Wolfmoon, secondo estratto di Gigaton, brano forse fin troppo prevedibile ma arricchito da un super assolo di Mike McCready.

Seven O’clock è un brano introspettivo, il più lungo del disco. La band arricchisce il proprio sound con l’uso di synth che donano ai pezzi una venatura più marcata. Il cantato di Vedder in questo pezzo si dimostra ancora all’altezza, nel finale il leader canta in falsetto. Con l’andare dei minuti il disco muta: i brani finali del disco – Buckle Up, Comes Then Goes e Retrograde – nascono come pezzi rock classici, guidati dalla chitarra acustica.

Gigaton è un disco ricco di rabbia ma soprattutto di voglia di reagire. Diverse canzoni hanno testi che sembrano fatti per un presente che nessuno si aspettava, tanto meno la band quando le ha scritte. I testi del disco parlano di resistenza alle storture di questo tempo, di un mondo che sembra impazzito. I testi sembrano quasi profetici rispetto ai giorni e alle settimane che stiamo vivendo.

Prodotto dallo sconosciuto Josh Evans, Gigaton è un sequel migliorato di Lightning Bolt. I Pearl Jam in piccola parte riescono a mettersi in discussione. Dall’altro lato c’è però da segnalare una stanchezza nelle composizioni, ormai troppo standardizzate e prevedibili.

In un periodo così strano i testi dell’album possono rivelarsi fonte di arricchimento, per reagire davanti a eventi più grandi di noi. Che è quello che, a pensarci bene, i Pearl Jam hanno sempre insegnato ai loro fan.

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