the handmaid's tale

The Handmaid’s Tale, la recensione della terza stagione

Il ritorno delle Ancelle guidate dalla ribelle June. La terza stagione di The Handmaid’s Tale alza la posta in palio con un finale incandescente


La terza stagione di The Handmaid’s Tale era molto attesa. Le prime due stagioni – specie la prima, tratta dal romanzo di Margaret Atwood – avevano dato il la a una serie molto interessante, distopica e inquietante. La seconda stagione – che si distacca dal romanzo della Atwood – resta un fortissimo pezzo di televisione.
Ma è vero che l’allungamento della sceneggiatura ha creato zone di incoerenza e di ripetitività.

La prima stagione aveva dato vita a un mood, a un mondo terrificante in cui la protagonista June era una specie di banderuola scossa dalla tempesta, che cercava di sopravvivere in un mondo autoritario, maschilista e bigotto.
La seconda prevedeva più o meno gli stessi personaggi e le stesse dinamiche, continuando il discorso intrapreso nelle prime dieci puntate.

Il finale di stagione della seconda stagione vedeva June prendere una decisione rischiosa, ovvero quello di rimanere volontariamente a Gilead.
Sua figlia, la piccola Nichole, fuggiva fra le braccia di Emily.
Una scelta presa in nome della figlia più grande rimasta indietro ma anche in nome di una volontà di riscatto, di ribellione. Di vendetta.

Le nuove puntate continuano con quanto avevamo lasciato in sospeso. Con un paio di elementi assolutamente da non sottovalutare. La figura di Joseph Lawrence, personaggio molto interessante interpretato da Bradley Whitford. Nella scorsa stagione Lawrence, che sappiamo essere un matematico ed economista fra i principali responsabili della creazione di Gilead, ci era apparso come un ex cattivo pentito, o magari un buono che col suo lavoro onesto, aveva contributo a creare una cosa orrenda.

Ora è un personaggio molto più sfaccettato e perché no, inquietante. È vero che lascia passare molte attività illegali pro-donne sotto il suo naso, ed è vero che ha aiutato Emily a fuggire. Ma è altrettanto vero che è capace di sottili malignità e che il suo rapporto con June è tutt’altro che semplice. Lawrence  sembra essere diviso in due: vuole favorire la ribellione, ma ne è anche infastidito. 

C’è zia Lydia – alle prese con una ripresa fisica lenta e dolorosa – Joseph Lawrence ma anche Serena Joy. Il suo personaggio è sempre stato instabile e contraddittorio: non si smentirà nemmeno in questa terza stagione. Le ultime puntate toccano da vicino il rapporto tra Serena e suo marito. Mostrando un lato molto oscuro e folle, nella mente di Serena.

La terza stagione è quella della rivolta. Dobbiamo avvicinarci, stiamo arrivando dice June in un finale di puntata. 

The Handmaid’s Tale non lascia nulla al caso e, soprattutto, riesce sempre più inquietantemente a raccontare una realtà da cui scappare, quella di Gilead.

La serie ideata da Bruce Miller si riconferma come uno show di grande effetto e di grande impatto, sia sul piano contenutistico sia sul piano estetico. Coerente con le due stagioni precedenti e ormai diretto su binari indipendenti rispetto al romanzo di Margaret Atwood, benché diversi ed espliciti siano ancora i rimandi ad alcuni passaggi e scene tratte dalle pagine del volume, uscito nel 1985, ma ad oggi terribilmente attuale.

Applausi a scena aperta per la fotografia e per la regia: alcune inquadrature geometriche e l’uso intelligente dei colori – il rosso, il verde, il blu, i fondali bianchi – fa di The Handmaid’s Tale una serie di qualità. Non mancano i contenuti violenti e dettagli di un mondo spietato, cinico e crudele. 

Le prove di tutto il cast sono sempre ammirevoli. Elisabeth Moss domina lo schermo con le microespressioni del viso, consumato dalle sue sventure. L’algida Yvonne Strahovski perfetta nel ruolo di moglie devota ma anche di uno spirito nero. Il misterioso Comandante Lawrence, che oscilla tra il suo carattere pavido e ligio al dovere e il suo slancio rivoluzionario da uomo di cultura a voler cambiare le cose, alla terribile Zia Lydia, che, benché crudele figura di potere, a tratti non riesce a trattenere le emozioni.

Gli unici difetti sono quelli di una sceneggiatura che, intrapreso un certo stile di narrazione, continua su quei binari concedendo qualche licenza poetica qua e là – in molte scene le ancelle sembrano sin troppo libere di agire, almeno come ci era parso di vedere nella prima stagione – e qualche buonismo troppo hollywoodiano.

Nonostante questo The Handmaid’s Tale si conferma una serie potente, politica e distopica quanto basta per farci rizzare i capelli. 

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