Free

Free, la libertà secondo Iggy Pop

Free è il nuovo sorprendente disco di Iggy Pop. A cavallo tra jazz, Dylan Thomas e il fantasma di Lou Reed. La nostra recensione.


Quando tre anni fa uscì Post Pop Depression Iggy Pop si affrettò a dire che quello sarebbe stato il suo ultimo disco. E in effetti non ci sarebbe stato LP per chiudere la carriera dell’Iguana.
Il disco del 2016 era un buon disco, creato anche grazie all’aiuto di un certo Josh Homme.

Qualche settimana fa, quasi in sordina, è uscito questo Free, un nuovo disco di Iggy Pop. Cosa c’è di diverso stavolta? Rispetto ai dischi classici dell’Iguana è cambiato molto. Il genere prima di tutto: le atmosfere sono fumose, jazzate, con Iggy che non si fa mancare nulla. A partire dal brano iniziare Free dove l’Iguana recita subito i suoi intenti: I wanna be free.

Il disco è un biglietto di ingresso nel mondo di un artista che ha vissuto gli eccessi del rock a tutto spiano, ma che questa volta decide di sorprendere, uscendo di strada e imboccando vie tortuose e affascinanti. Per chi conosce la discografia del buon Iggy Free non è l’unico episodio della sua carriera; già nel 2012 aveva pubblicato Après, un LP di cover in versione jazz.

Ma torniamo ai giorni nostri. Dirty Sanchez è l’episodio più potente del lotto. Trombe, cori oscuri e la voce claudicante di Iggy Pop. L’impressione, ascoltando il disco è quella di un LP rock che in fase di produzione è stato talmente stravolto da diventare altro.
Abbondano i bassi oscuri, le trombe e la voce – chi l’avrebbe mai detto? – da croner dell’ex leader degli Stooges.
Sonali rimanda a Blackstar dell’amico David Bowie con un ottimo connubio tra synth e trombe. Un jazz uptempo di altre epoche.

Le chitarre si contano sulle dita di una mano. Niente riff. Niente distorsioni. Il disco si immerge in atmosfere liquide, soft, ambient.

James Bond sembra uscire da Post Pop Depression, poi cresce mostrando la sua natura. E’ un brano che parte con un basso molto rock’n’roll, poi diventa una suite jazz. E’ stato il primo singolo del nuovo disco. We Are The People conta sul testo inedito di un certo Lou Reed e di Dylan Thomas – avete visto Interstellar? – su Do Not Go Gentle into That Good Night.
Glow In The Dark ha un basso che sembra uscire da un disco dei Cure, poi cresce, aiutato da un tappeto di synth, una batteria indiavolata e un assolo di tromba.

Free è un disco che sorprende e spiazza. E’ un LP minimale, dura una trentina di minuti scarsi. Giunto alle settantadue primavere Iggy Pop inizia a coprirsi e a scoprire lati nuovi del fare musica. Free è un lavoro autobiografico che parte dallo stress post-tour. E’ un disco sobrio e contemplativo, anarchico e sorprendente. Una sorta di dialogo allo specchio, dove Iggy per la prima volta sembra scoprire capelli bianchi e rughe.

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