Chernobyl

Chernobyl, una tragedia che non conosce tempo

La recensione di Chernobyl, la miniserie HBO/Sky di cinque puntate che sta facendo appassionare, discutere e commuovere tutto il mondo


Il 26 aprile 1988, esattamente a due anni dall’incidente occorso a Chernobyl, il professor Valerij Alekseevič Legasov, precedentemente a capo della squadra che si è occupata di gestire il disastro nucleare, registra una serie di messaggi nei quali accusa direttamente l’ingegner Anatolij Djatlov – condannato a dieci anni di lavori forzati – dell’incidente nucleare.
Dopo essere uscito di casa e aver notato alcuni uomini del KGB nei pressi dell’abitazione, nasconde le registrazioni e si toglie la vita impiccandosi.

Chernobyl, miniserie di cinque puntate prodotta da HBO e distribuita in italia da Sky, inizia esattamente in questa maniera. Non sappiamo esattamente i motivi del gesto del professor Legasov. Per quelli dobbiamo tornare indietro di due anni. 

Chernobyl si prende cinque ore del nostro tempo per raccontarci come una contaminazione di errori e insabbiamenti ha portato a una catastrofe. Mostra le conseguenze dell’incidente come un lungo incubo in slow motion.

L’incidente nucleare viene mostrato in maniera geniale e beffarda. Immersa nell’appartamento buio e silenzioso che condivide con il marito pompiere, Lyudmilla Ignatenko entra in cucina per preparare il caffè. Inquadrata attraverso la sua finestra, vediamo una piccola luce in lontananza. All’improvviso, la luce si espande fino a diventare una perfetta sfera. La donna non se ne accorge – è di spalle alla finestra – poi sente l’esplosione. Sembra un sussurro. Poi un ruggito. La scena ci presenta l’incidente da una prospettiva squisitamente umana.

La storia di Lyudmilla, che cerca il suo sposo accorso sul posto dopo l’incidente, è solo una delle linee narrative che lo sceneggiatore Craig Mazin e il regista Johan Renck tessono in questa opera corale.
I personaggi sono tanti e tutti sfumati perfettamente.

Seguiamo Valery Legasov, uno scienziato chiamato sul posto da Mikhail Gorbachev per indagare insieme all’ufficiale di partito Boris Shcherbina.
Osserviamo Ulana Khomyuk, il fisico nucleare che prima di tutti aveva capito le dimensioni di quello che era successo, mentre cerca di convincere il partito a prendere le misure necessarie. Incontriamo Pavel, un civile impegnato con i cani randagi dopo l’evacuazione della zona.
Getteremo lo sguardo su impiegati, dottori, soldati, contadini. Normali cittadini mentre si ammalano, peggiorano, e muoiono.

Più che il racconto di una tragedia nazionale, Chernobyl è un viaggio all’inferno. Un viaggio con biglietto di sola andata. Nonostante la grande attenzione rivolta al lato umano della vicenda, a preferire le storie alle grandi scene d’azione, guardarla mette a disagio. L’atmosfera è grigia, apocalittica, spaventosa.

Tutto viene retto da una fotografia spettacolare, da una colonna sonora efficace che sottolinea i momenti oscuri della vicenda. Il cast può contare sulla presenza di attori come Jared Harris – Allied, Mad Men, The Crown – nel ruolo del professor Legasov. Una performance devastante, quella di un uomo che ha messo in gioco la sua stessa vita, imperterrito e testardo.

La fragilità di Legasov, la sua umanità ma anche la sua profonda conoscenza del reattore nucleare. Il suo non potersi fermare e andare avanti, contro tutto e contro tutti, perfino contro la paura e la morte.
Accanto a lui troviamo un sempre più bravo e sorprendente Stellan Skarsgård nel ruolo di Boris Shcherbina, un uomo di Stato tutto d’un pezzo, messo a capo dell’operazione Chernobyl convinto che la situazione fosse del tutto sotto controllo. Ma sarà l’incontro con Legasov a cambiare del tutto il punto di vista di Shcherbina, tanto politico quanto umano. Il personaggio di Boris, all’apparenza duro e legato alle trame di partito, dovrà fare i conti con la realtà, con la scienza e con il fatto che, la sua sola presenza a Chernobyl ha messo inevitabilmente a rischio la sua salute.

Emily Watson nel ruolo fittizio di Ulana Khomyuk personaggio creato per omaggiare le vittime del disastro. Jessie Buckley da invece voce allo sguardo di una donna (portavoce della tante donne, madri, mogli, sorelle) che vive sulla sua pelle l’orrore del disastro con la perdita del marito, uno dei pompieri arrivati subito sul luogo nel momento dell’esplosione, letteralmente divorato dalla radiazioni.

Chernobyl, per concludere, è anche una critica all’Unione Sovietica. A quell’insieme di burocrazia e di cieca fede nei confronti del Partito che non fa vedere la realtà. Molti uomini importanti dell’ex Unione Sovietica sottovalutarono il problema, vietando in prima istanza tanto la fuga di notizie quanto la fuga della gente da Chernobyl.
Non contenti hanno poi ridimensionato il problema e persino il numero delle vittime ufficiali.

L’impazienza, la fretta, il voler ottenere il massimo con il minimo sforzo e l’assoluta impreparazione dinanzi a un disastro del genere sono state le cause della morte, della distruzione, dell’agonia di migliaia di persone. Vittime che dovrebbero ancora pesare sulla coscienza di quegli uomini e che, in parte, vengono omaggiati grazie a questa incredibile e angosciante miniserie televisiva.

1 thought on “Chernobyl, una tragedia che non conosce tempo”

  1. Il disastro, al microscopio, risulta formato da una catena di errori apparentemente senza conseguenze. Purtroppo le conseguenze si sono accusate per molto tempo anche qui in Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.