Rammstein

I Rammstein sono tornati, (quasi) più cattivi che mai

A distanza di dieci anni dall’ultimo disco i Rammstein sfornano un disco quadrato, metallico e perfetto. La nostra recensione dell’omonimo Rammstein


I Rammstein, gli uber menschen del metal teutonico, tornano dopo dieci anni con una muscolosa riflessione sull’identità umana e in particolare germanica. Un bilanciamento perfetto tra epica romantica e distopia, che inizia con la dichiarazione d’amore e odio di Deutschland, il primo singolo uscito il 28 marz0 che tanto ha fatto discutere.

E’ molto complesso capire il limite dell’ironia – una delle numerose chiavi di lettura dei Rammstein – nell’espressività della band guidata da Til Lindemann. Nei dieci minuti del monumentale videoclip in cui ripercorrono la storia del loro paese dai Romani fino ad un immaginario futuro in cui i membri della band in versione astronauti ritrovano lo spirito della Germania, interpretata da un’attrice nera esiliata su un pianeta sperduto.

Al di là del singolo Deutschland, che facendo discutere ha fatto solo una pubblicità enorme e gratuita alla band tedesca, il resto di Rammstein – che esce, ripetiamolo a dieci anni di distanza da Liebe Ist Für Alle Da – non fa che presentarci il sestetto tedesco come lo avevamo lasciato.
Spazio alle liriche profonde, distruttive di Lindemann.

Spazio al muro di chitarre di Richard Kruspe e Paul Landers e ai suoni così eighty di Christian Lorenz che potete ascoltare nella danzereccia Radio, con un video che è un tributo al periodo storico degli anni trenta e quaranta.

Il resto del disco viaggia sul sicuro, presentandoci brani immediati come il blues di Sex o la poetica Diamant. Altro brano molto Rammstein è Ausländer che col suo video ha fatto, tanto per cambiare, scalpore. Siamo agli inizi del novecento e un gruppo di soldati arriva in una terra desolata: viene citato senza mezzi termini il turismo sessuale, in maniera tanto ironica quanto sfacciata: i Rammstein sono una rappresentazione, un teatro surreale, sadico e violento, un piano sequenza epico e provocatorio (non a caso sono sempre piaciuti al regista dell’inconscio David Lynch). 

Il settimo disco dei Rammstein non può sorprendere e non può deludere. Undici tracce in cui ironizzano con le frasi in italiano, spagnolo e francese di Ausländer, buttano dentro i cori gotici in Zeig Dich. Le atmosfere si fanno cinematografiche in Was Ich Liebe e distruttive in Tattoo, il pezzo più dritto di tutto l’album, pulito e quadrato come deve essere un inno uber metal che si rispetti.

Tra i momenti alti del disco non possiamo non citare Puppe che oltre a essere uno dei migliori brani di sempre dei Rammstein è anche una delle migliori performance vocali di sempre di Lindemann. 

Chiuso da Hallomann, Rammstein è un lavoro di mestiere ben fatto che non aggiunge nulla al ricco bagaglio musicale dei sei ragazzoni: non mancano i passaggi positivi, ma considerando i tempi di lavorazione e il valore della band, l’opera poteva lasciare qualche graffio in più nelle orecchie di chi ascolta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.