I Am Easy To Find

The National, I Am Easy To Find e l’eleganza femminile

I Am Easy To Find è il nuovo LP dei National in bilico tra cinema, sperimentazioni e collaborazioni con voci femminili. La nostra recensione


Chiedere oggi, all’ascoltatore medio, settanta minuti del proprio tempo non un’impresa facile. La musica oggi è veloce, un pasto da consumare senza pensarci due volte o, peggio, senza ritornare all’ascolto.

Quello che invece ci chiedono i National è esattamente l’opposto del pensiero comune. A due anni di distanza da Sleep Well Beast la band del Cincinnati si è trasformata in altro, in un collettivo che ingloba al suo interno diverse personalità, anche al di fuori della band. I National sono sempre meno un club chiuso e sempre più un collettivo aperto a idee e suggestioni provenienti dall’esterno. I Am Easy To Find segue pedissequamente questa filosofia: ogni brano dei sedici che compongono il disco, ospita una voce femminile, e che voci. Ma andiamo con ordine.

La solitudine e la paura, la sensazione di non appartenere a alcun luogo o peggio le difficoltà dei rapporti o della crescita. Sono da sempre elementi fondamentali per comprendere la poetica di Matt Berninger, leader dei National. Tutte questi elementi sono sintetizzati da musiche cupe e stratificate, rette da pulsazioni costanti e intrecci fra strumenti elettrici, acustici ed elettronici nelle cui fessure – ecco una delle novità – si inseriscono arrangiamenti cinematografici per archi e le voci del Brooklyn Youth Choir.

I Am Easy To Find è un disco co-prodotto da un regista. Mike Mills ha da sempre collaborato nel mondo della musica –  ha diretto video musicali per Air, Moby, Martin Gore dei Depeche Mode, ha persino realizzato delle copertine musicali – ma coi National è intervenuto nel processo creativo della band con consigli, feedback, invasioni di campo.
Il risultato non è solo un cortometraggio con Alicia Vikander che accompagna l’album e che è nato parallelamente ad esso. È un disco che, un po’ come la pellicola, mette in fila episodi, pensieri, frammenti di vita che rendono le persone quel che sono.

È stato proprio il film di Mills –  che mette al centro i pensieri e il corpo della Vikander – a suggerire a Berninger di scrivere dal punto di vista di vari personaggi e di arricchire l’album con un cast di voci femminili. Non coriste, ma protagoniste a tutti gli effetti delle canzoni e agenti del cambiamento d’identità della band unitamente all’apporto di Mills, agli arrangiamenti dei fratelli Dessner.

Le chitarre, nel nuovo corso dei National, sono praticamente date per disperse, annegate nell’oceano di note orchestrali e beat elettronici curati dai due Dessner, che cambiano, stravolgono, capovolgono il sound dei National. 

Si consumano una serie di contrasti, ascoltando questo disco. A partire appunto dalle collaborazioni femminili che vanno a placare la voce baritonale di Matt Berninger e dei suoi testi sempre schietti, sinceri, malinconici. Il primo trittico di canzoni – You Had Your Soul With You, Quiet Light e Roman Holiday – ospitano Gail Ann Dorsey, bassista dell’ultimo David Bowie.

Oblivions conta sulla presenza di Mina Tindle – moglie di Bryce Dessner – in quello che, a tutti gli effetti, è un vero e proprio duetto chiuso dalle voci del Brooklyn Youth Choir che allontanano gli spettri dei vecchi LP dei National.

Le altre voci femminili presenti nel disco – che finiscono per attenuare la preponderanza del baritono di Berninger rendendo il lavoro più sfaccettato – sono quelle di Lisa Hannigan, Sharon Van Etten e Eve Owen.
Quiet Light unisce beat elettronici a echi di archi lontano che squillano come sirene d’allarme come se stessimo assistendo a un film. I Am Easy To Find è una ninna nanna dal vago sapore radioheadiano dove la voce di Berninger sembra quasi compiere un passo indietro in favore di quella, ipnotica, di Kate Stables.
Her Father In Her Pool è un intermezzo che segna la fine del primo tempo e l’inizio del secondo.

Le apparizioni fantasmatiche del coro in Her Father In The Pool e Underwater sono un altro elemento utile alla comprensione dell’ottavo disco dei National.
Rylan è un vecchio brano del gruppo, riletto in maniera nuova e aggiornata alla nuova fase del gruppo quindi in perfetto bilanciamento tra voci femminili e colpi di archetto; Not In Kansas – non a caso il pezzo più lungo del disco, sullo smarrimento delle proprie radici – rimanda ai vecchi National con un riff malinconico di chitarra e la voce dolente di Matt. Tutto cambia nella seconda parte, grazie all’intervento angelico di Lisa Hannigan e le melodie orchestrali puramente eteree.

Sul finale il disco si apre, si respira di più, le melodie diventano meno aspre e le canzoni diventano più immediate e si arriva a Light Years che chiude l’album con la solita, straziante sensazione di distanza e lasciando aperta la possibilità di una liberazione spesso evocata, ma mai trovata.

I Am Easy To Find – vuoi per il numero di canzoni, vuoi per i temi trattati – non può essere etichettato come disco facile o da rapporto veloce.
Va ascoltato in cuffia, per godere del sottile equilibrio di dinamiche, intrecci sonori, arrangiamenti. Per comprendere che ansie e paure saranno pure invincibili, ma la musica li può rappresentare e placare.
Allontanare, anche solo per settanta minuti, che se ci pensate bene, è un tempo che vale la pena di essere speso con i National. 

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