Michael Jordan, l’impersonificazione del basket

Michael Jordan, l’impersonificazione del basket NBA. Il nostro omaggio nel secondo appuntamento della rubrica I love this game


Michael Jordan in canotta Bulls

Quando si parla di basket la mente non può non andare ad uno dei più celebri e vincenti giocatori di questo sport: Michael Jordan.

Giocatore totale ed impersonificazione della pallacanestro, Jordan è tutt’ora un’icona dello sport più spettacolare del mondo che attraverso le sue gesta si è reso immortale dentro e fuori dal campo.

Selezionato come terza scelta assoluta al draft del 1984 (dietro ad un altro mostro sacro come Olajuwon), MJ conosce la sua consacrazione nel basket che conta negli anni novanta.

A capo dei Tori di Chicago (che vantavano anche nomi del calibro di Grant e Pippen)e guidato da coach Zen Phil Jackson, Jordan riesce nell’impresa di vincere tre titoli consecutivi, dal 1991 al 1993 (intervallati dalla magnifica esperienza del Dream Team alle Olimpiadia del 1992), sconfiggendo franchige del calibro di Los Angeles Lakers (di Magic e Worthy), Portland Trail Blazers (di Drexler) e Phoenix Suns (di Sir Charls Barkley).

La fine dell’ultima stagione coincide con uno degli eventi che obbliga il giocatore a rivedere i propri piani di vita.

Con l’assassinio del padre,nel 1993, Michael decide di lasciare la palla a spicchi per cercare fortune nell’altro sport più importante d’America, il baseball.

Michael Jordan alle Olimpiadi del 1992

Nonostante la sua determinazione, il giocatore non riesce ad affermarsi nella nuova disciplina ed il richiamo del parquet diventa troppo forte proprio in quella stagione non proprio da ricordare.

L’annuncio del grande rientro tra le stelle d’oltreoceano viene dato, difatti, il 18 marzo 1995.

Il ritorno di Jordan alla pallacanestro (ai suoi Bulls) avviene in grande stile non solo per lo scompiglio negli organi di stampa per quella spettacolare notizia ma anche per l’inizio di un nuovo ciclo di affermazioni sportive.

Dopo la parentesi dei play – off del 1995 (con i Bulls eliminati dai Magic), MJ mostra di essere ancora di essere il re incontrastato della lega ripetendo l’impresa del three – peat.

L’impresa – che rappresenta l’apice della sua carriera cestistica a cui, ormai, non si poteva chiedere più nulla – lo porta nuovamente a rivedere gli obiettivi personali, annunciando un secondo ritiro.

Michael Jordan in canotta Wizards

Anche questa volta, però, l’amore per il basket lo induce a tornare ben presto tra i grandi della NBA –  in canotta Wizards (di cui diventa anche proprietario nel frattempo) – nel tentativo di rilanciarsi con una nuova figura (giocatore/proprietario, per l’appunto) e di rilanciare la franchigia.

L’esperienza non è delle migliori – nonostante la media di 30.1 punti a partita – e alla fine della stagione 2002 – 2003 Michael Jordan decide di appendere definitivamente le scarpette al chiodo.

Il legame con il mondo dell’NBA non si chiude definitivamente dopo la parentesi Washington.

Diventa, infatti, prima GM dei Charlotte Bobcats e poi proprietario della franchigia, riuscendo anche nell’impresa di riportare il vecchio nome (Hornets) sulle maglie della squadra del North Carolina.

E arriviamo ai giorni nostri.

A 56 anni suonati e con una carica da ragazzino, Michael Jordan guida i suoi Hornets dagli spalti cercando di vedere, prima o poi, brillare ancora una volta l’anello fra le sue dita.

Alessandro Falanga

2 thoughts on “Michael Jordan, l’impersonificazione del basket”

  1. Complimenti perché non riuscirei mi ad essere breve nel descrivere MJ, è stato il mio eroe cestistico, anzi, ancora oggi lo è, quindi questo omaggio è molto apprezzato grazie 😉 Cheers!

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