Disintegration

Disintegration, la maturità dei Cure e i trent’anni di Robert Smith

Il 2 maggio 1989 esce Disintegration, l’ottavo disco dei Cure. Un LP tutt’altro che primaverile. Il nostro racconto


Chi, nel 1989, pensava che i Cure avessero esaurito tutte le loro cartucce si sbagliava di grosso.
L’uscita di un LP come Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me presentava una band che navigava verso territori inesplorati – il funk di 
Hot Hot Hot!!!, la psichedelia di If Only Tonight We Could Sleep – ma andava anche sul sicuro con brani come The Kiss o The Perfect Girl.

Per il nuovo lavoro la band di Robert Smith crea un disco più coeso a dispetto del precedente lavoro. Disintegration è un disco compatto che introduce l’ascoltatore verso un mondo magico, sognante. Un mondo sinistro e oscuro, come la tana del Bianconiglio. E’ coeso in maniera quasi spregiudicata, creando e sostenendo un sentimento di spleen che dura per tutto il disco.

L’album si stacca, pur senza ripudiarle, dalle tipiche sonorità new wave o dark rock dei lavori precedenti – in fondo questo stacco era avvenuto tanto in The Head On The Door quanto in Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me – per la creazione di un sound indubbiamente più maturo, ottenuto combinando insieme riferimenti al rock psichedelico e al migliore pop. Questa evoluzione stilistica, seppur accennata negli album precedenti, trova totale compimento in quest’opera.
La new wave non è morta, ma sta cercando nuove vie di fuga, chiudendo di fatto gli anni ottanta.

Disintegration è il ritorno alle tematiche dark e all’estetica cupa che avevano caratterizzato i lavori dei Cure nei primi anni ottanta in particolare Pornography del quale il disco sembra essere un sequel meno nichilista. L’ottavo disco dei Cure è caratterizzato da un significativo utilizzo di sintetizzatori e tastiere sognanti – lezione imparata dal precedente LP – da progressioni chitarristiche lente e ossessive e dallo stile di canto introspettivo.

Sebbene l’album si caratterizzi per la forte presenza di brani cupi, ci sono anche brani orecchiabili che col tempo sono divenuti molto popolari: l’obiettivo è quello di dare vita a un bilanciamento tra canzoni più pop e tracce meno fruibili e d’atmosfera.

Ad esempio Lovesong possiede dei toni ottimisti notevolmente differenti rispetto al resto dell’album. Lo stesso Robert Smith in più di un’intervista fece notare come senza LovesongDisintegration sarebbe risultato radicalmente diverso. Altro brano cardine del disco è l’angosciante Lullaby, rappresentazione in musica degli incubi di Smith e della sua fobia verso i ragni. Lullaby è il perfetto esempio di canzone dei Cure: arrangiamenti pop, ma testo terrificante e orribilante e denso di humor nero.

Plainsong apre le danze con un suono di tastiere a metà tra il sognante e lo struggente: è l’inizio del percorso di disintegrazione, un viaggio dove l’ascoltatore viene catapultato attraverso il basso incendiario di Simon Gallup – Fascination Street – e le tastiere di Roger O’Donnell che svolge un lavoro sopraffino.

Mentre Pornography era un LP che lasciava poca aria all’ascoltatore, Disintegration ascolto dopo ascolto si impone nel cuore di chi lo ascolta.
E lo fa con brani clamorosi come Prayers For Rain, una danza desolante e oscura che inghiotte l’ascoltatore: è uno dei punti più alti del disco assieme a The Same Deep Water As You dove Smith racconta di un amore finito. In questo disco dei Cure l’amore perduto sembra essere il filo conduttore. L’impotenza, l’incapacità di prendersi delle responsabilità, il tempo che scorre.

Nonostante questo clima pesante, le conclusive Homesick e Untitled con semplicità paiono portare serenità e rassegnazione.
Disintegration è un’opera senza tempo. Difficilmente catalogabile, grazie al suo romanticismo che è epico e malinconico allo stesso tempo.
E’ il disco della disintegrazione, della perdita, del ricordo, della rassegnazione. E’ il disco della ricomposizione e della purificazione. E’ il disco della pioggia, dell’autunno – anche se esce in piena primavera – della struggente nostalgia e del malinconico sorriso. Il disco dell’amore perduto. Insomma, il disco della vita per molti appassionati di musica.

Con il passare degli anni Disintegration è diventato non solo il disco-simbolo dei Cure, ma anche una testimonianza fedele di quello che era la band alla fine degli anni Ottanta. Una band capace di coniugare diversi sentimenti musicali, di farli propri e di creare un sound riconoscibile. Ed eterno.

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