Il segno dei quattro, il ritorno della coppia di investigatori più famosa al mondo

Il segno dei quattro, il ritorno del duo Holmes – Watson. La nostra recensione del secondo romanzo della saga di Sir Arthur Conan Doyle


Il segno dei quattro
Il segno dei quattro – La copertina del romanzo

Per un artista – musicista o scrittore che sia – una delle maggiori difficoltà è quella di riuscire a replicare il successo della prima produzione.

Infatti, fare un sequel all’altezza del prodotto numero uno rappresenta quanto di più difficile da realizzare.

Nella letteratura uno dei primi a compiere un’impresa del genere è Sir Arthur Conan Doyle, che con Il segno dei quattro, oltre a ribadire il suo genio, riese ad imbastire una nuova storia degna del ciclo dedicato a Sherlock Holmes.

La trama di questo secondo romanzo – pubblicato nel 189 – ruota attorno un misterioso tesoro conteso da diversi individui.

Ciò che ha reso celebre Il segno dei quattro è senza dubbio un’impostazione differente rispetto a quanto fatto fino a quel momento, lasciando però la base dell’idea praticamente inalterata.

In sostanza, ripartendo proprio da quanto fatto in precedenza – le prime pagine richiamano esplicitamente Uno studio in rosso, addirittura con l’ammissione di Watson – , Conan Doyle costruisce una storia basata sull’estro dell’investigatore britannico ma con risvolti totalmente diversi.

Questo espediente letterario, consente alla storia uno sviluppo naturale. Uno sviluppo che segue la direzione stabilita dall’autore e, contemporaneamente, permette di scoprire ancor di più la natura dei protagonisti.

Proprio l’ultimo elemento rappresenta l’altra novità di questo secondo scritto della saga.

Difatti, modellando sempre più Holmes e Watson secondo una tecnica che gli allontana e gli avvicina di continuo, il romanzo da un lato detta le variabili per la successiva storia e dall’altro caratterizza sempre di più i due personaggi all’interno del mondo descritto.

La caratteristica che maggiormente si presta all’elogio di Conan Doyle è senza dubbio la deduzione.

Il segno dei quattro
Sir Arthur Conan Doyle

L’esaltazione dell’arte della deduzione rappresenta tanto la celebrazione dell’insolito investigatore quanto la volontà dello scrittore di rendere partecipe il lettore nello scoprire il colpevole del caso.

Il coinvolgimento del lettore è riscontrabile anche dalla consueta presenza del narratore – Watson, alterego dell’autore – nella scena.

Al pari di Uno studio in rosso, Il segno dei quattro permette quindi di vivere pienamente quanto accade tra le pagine. Rende, inoltre, colui che ha fra le mani il romanzo non proprio un osservatore esterno ma una sorta di confidente del narratore.

Infine, la storia che sta alla base di tutta la vicenda.

Al contrario della storia di Jefferson Hope, giustificato in un certo senso nel primo libro, quanto fatto da Jonathan Small sembra far capire come le vicende non sempre possono essere dettate da intenzioni perdonabili.

Da questo punto di vista, quindi, l’autore condanna lo spietato Small ed evidenziare come ogni caso è la diretta causa di un’infinita serie di eventi che portano ad un altrettanto, non scontato, epilogo.

Alessandro Falanga

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