The Cure

The Cure, I Ragazzi Immaginari

Nati alla fine degli anni settanta, precursori della dark wave, i Cure sono stati un fenomeno musicale lungo più di quarant’anni

Nati alla fine degli anni settanta, precursori della dark wave, i Cure sono stati un fenomeno musicale lungo più di quarant’anni


1977. La Hansa Records, la più grande etichetta indipendente tedesca, indice un concorso per cercare nuovi talenti. Tra le band che partecipano c’è un terzetto di diciottenni, i Cure. La band è formata da Robert Smith alla voce e alla chitarra, Laurence Tolhurst alla batteria e Michael Dempsey al basso. Nel dicembre del 1978 la band pubblica il singolo Killing An Arab, il cui testo trae ispirazione da L’Étranger (Lo Straniero) di Albert Camus. Il singolo anticipa il primo album dei Cure.

L’LP esce nel 1979 per la neonata Fiction Records – il contratto con la Hansa si chiude subito – e si intitola Three Imaginary Boys. Sono chiari in questo lavoro gli influssi primordiali della band, come il punk e l’art rock di David Bowie, ma sono presenti anche i tratti tipici di una musica introspettiva e minimalista – su tutte la title track, Three Imaginary Boys – che prenderanno il sopravvento negli album successivi. Spiccano i brani 10:15 Saturday Night, Accuracy, il nonsense di So What? in cui Robert Smith ubriaco legge al microfono la pubblicità di un set per decorare le torte.

Sul palco i Cure iniziano a farsi le ossa, suonando come supporto per band come Wire, Generation X, The Police e Joy Division. Nell’agosto del 1979 Robert Smith incontra i Siouxsie & The Banshees. Tra i due gruppi nasce un rapporto personale profondo e una simbiosi artistica molto creativa. I Cure suonano come band di supporto per la formazione di Siouxsie. Il mese seguente il batterista e il chitarrista dei Banshees abbandonano il gruppo e, dopo qualche audizione insoddisfacente, Robert Smith viene scelto come chitarrista per il prosieguo del tour. 

Dopo la pubblicazione, a novembre, del terzo singolo, Jumping Someone Else’s Train, Dempsey viene sostituito da Simon Gallup.


Con l’ingresso di Gallup e del tastierista Matthieu Hartley i toni si incupiscono, sfociando nel melanconico Seventeen Seconds del 1980, registrato in un’atmosfera di grande carica. Tra i brani del disco va citata A Forest – primo grande successo della band e ancora oggi brano fondamentale dal vivo – e Play For Today. In generale l’atmosfera del disco è più malinconica, matura e seriosa di quella del precedente disco. La band inizia a farsi sentire anche negli Stati Uniti.
Esce Boys Don’t Cry versione americana del primo disco della band. Il tour mondiale dei Cure tocca Europa, Stati Uniti e Australia. Alla fine del tour Matthieu Hartley lascia la band.

Alla fine del 1980 i Cure, di nuovo un trio, si ritrovano in studio per registrare il terzo album: Faith. L’LP esce nel 1981, è un lavoro dalle tonalità ancora più tristi e cupe rispetto al precedente disco. Concentrato sull’analisi della fede e del rapporto che la gente ha con quest’ultima. Faith esce in un periodo molto intenso. La new wave o dark wave è diventata un fenomeno musicale senza precedenti. Band come i Bauhaus, Siouxsie & The Banshees, Joy Division stanno conoscendo il successo fuori dalla terra inglese. A proposito di Joy Division, la prima canzone dell’album è The Holy Hour, espressamente dedicata alla memoria di Ian Curtis.
Poco tempo prima i Cure avevano suonato di supporto agli stessi Joy Division e sono in tanti a supporre che tale evento e la stessa musica di Curtis avesse all’epoca influenzato il periodo più gotico 
della compagine musicale di Smith e soci.

L’anno successivo – siamo nel 1982 – i Cure pubblicano Pornography, il terzo ed ultimo album di una ideale trilogia, che porta i Cure ad essere considerati gli eredi del testamento musicale dei Joy Division e Robert Smith sull’orlo di un esaurimento nervoso. Nonostante le condizione psicofisiche dei tre musicisti siano molto precarie, l’album è intriso di rabbia e disperazione, è cupo e pessimista. Pornography è un viaggio senza ritorno in una terra desolata, nichilista, senza speranza. Pornography è il capolavoro dei Cure, o almeno di questi primi Cure. In questi anni che Smith incomincia, forse per difendere la sua personalità dal successo o per incarnare la tristezza delle sue melodie, a truccarsi pesantemente e a distinguersi per il suo look, seguìto fedelmente dai suoi fan. Nasce la dark wave.

In questo periodo storico molti gruppi si affermano. Abbiamo già citato i Bauhaus, gli stessi Joy Division – che hanno già cambiato pelle e si fanno chiamare New Order – i Neuntage e i Cocteau Twins. Oltre a Siouxsie & The Banshees.

Per colpa dell’abuso di droghe e di un crollo psicofisico per i troppi impegni – ricordiamo le collaborazioni con la band di Siouxsie – i rapporti all’interno del terzetto si consumano sempre di più, sfociando in una lite fisica tra Gallup e Smith, alla fine del tour promozionale per Pornography. Una volta terminata la tournée, Gallup lascia la band mentre Smith parte per un periodo di vacanza. I Cure sembrano morenti.


L’unico modo per allontanarsi dallo spirito di Ian Curtis è quello di cambiare completamente registro. La band di Robert Smith alla fine del 1982 pubblica una serie di singoli spiccatamente synth pop – tra i quali ricordiamo Let’s Go To Bed e The Lovecats – che verrano raccolti nell’EP Japanese Whispers che esce nel 1983. L’anno successivo la band – composta all’epoca da Robert Smith, Andy Anderson alla batteria, Porl Thomson e Laurence Tolhurst agli altri strumenti – pubblica The Top. Il disco del 1984 è il più strano della band. Robert Smith ancora attaccato ai problemi di droga e alcol, suona quasi tutti gli strumenti tant’è che molti credono che The Top sia il disco solista di Smith. L’atmosfera del disco è altalenante. Sognante, psichedelica, drogata, anarchica. Tra i brani da ricordare citiamo Shake Dog Shake, The Caterpillar, Piggy In The Mirror.
In questi anni i Cure fanno di tutto per togliersi di dosso l’etichetta di band triste e sfigata. E nel 1985 ci riescono.

The Head On The Door segna una serie di cambiamenti sostanziali. Simon Gallup ritorna in formazione. Gli vengono affiancati Laurence Tolhurst alle tastiere, Porl Thompson alle chitarre e Boris Williams alla batteria. Il quintetto, guidato da Robert Smith, pubblica un disco più sereno dove la band fa una sorta di riassunto della propria carriera, aprendosi nuove strade. In Between Days è una canzone romantica, leggera e ottimista, Kyoto Song rimanda ai Cure più gotici, The Blood sembra uscire da The Top. A Night Like This e Close To Me – con il suo video a metà tra l’ironico e l’inquietante – sono i primi brani spiccatamente pop dei Cure. The Head On The Door porterà ai successi mondiali, ai tour negli stadi e ai dischi di platino.

Per affermare lo status di band da stadio, due anni dopo i Cure pubblicano Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me. Se nei precedenti dischi regnava l’inquietudine e la rassegnazione, il disco del 1987 dei Cure è un inno all’amore, al sesso, alla carnalità, alla gioia. L’LP – contenente diciassette tracce – rappresenta una continuazione della vasta esplorazione musicale cominciata col precedente The Head On The Door. Al suo interno sono presenti le più diverse ispirazioni. Troviamo il funk di Hot Hot Hot!!! e di Why Can’t I Be You, la psichedelia di If Only Tonight We Could Sleep, il pop di Catch e il rock più serio e impegnato dell’opener The Kiss e della conclusiva Fight

Per Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me hanno collaborato tutti i membri della band. Icing Sugar e The Perfect Girl provengono da idee di Simon Gallup, Like CockatoosFight e The Snakepit da Porl Thompson e Boris Williams e A Thousand Hours da Lol Tolhurst.

Anche questo album è considerato tra i migliori della loro produzione, proprio per la sua vastità di espressione, ed inaugura un periodo in cui i Cure hanno coniugato una qualità musicale criticamente riconosciuta con la notorietà mondiale. Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me viene apprezzato da pubblico e critica, la sensazione è quella di una band strabordante, che tende a esagerare e a mettere troppa carne sul fuoco. I Cure in questi periodo sono distanti dall’immagine degli esordi. Pur presentando un pop di qualità non sono più la band di dischi come Seventeen Seconds o Pornography.


Nel 1989 accade qualcosa. Robert Smith si avvicina a compiere trent’anni. Il tempo che passa scuote e trasforma il leader dei Cure che si mette alla scrittura di materiale molto vicino a quello di Pornography del 1982. Disintegration esce il 2 maggio 1989 ma non è un disco primaverile. Tutt’altro. E’ un disco invernale, da ascoltare di notte. Il tema di molte di queste canzoni è il cambiamento, quello che succede con il passare degli anni, l’incapacità di sentire con la stessa intensità, e il continuo senso di perdita. La lezione dei precedenti dischi viene recepita dal quintetto che riesce a mantenersi in equilibrio tra pop – Lovesong, Lullaby, Pictures Of You – e ritorno alle oscure radici come nella potente Fascination Street, Last Dance, The Same Deep Water As You.
Disintegration è il disco perfetto dei Cure. Troverete i Cure più pop e quelli più solitari. I Cure più romantici e quelli più disperati. Disintegration è un LP che dalla prima traccia Plainsong dà vita a un’ondeggiante, lenta narrazione che paralizza l’ascoltatore.

Durante le registrazioni del disco Laurence Tolhurst, presente nella band dal suo disco d’esordio, viene cacciato per problemi di alcool. Il tour di promozione del disco è un successo in tutto il mondo. I Cure sopravvivono agli gli anni ottanta e si gettano a capofitto nei novanta. Wish esce nel 1992. Ennesimo successo di critica e pubblico Wish è un album dalle atmosfere mixate, dove è possibile trovare sia tracce pregne della tipica malinconia che ha caratterizzato il lavoro dei Cure – ApartTo Wish Impossible ThingsA Letter To Elise – ma anche canzoni più allegre e leggere come Doing The Unstuck e soprattutto Friday I’m in Love che, assieme alle storiche Close To Me, Just Like Heaven, Lullaby – diventerà una delle canzoni più conosciute dal grande pubblico dei Cure.

È insomma una specie di ritorno alla vita, dopo la cupa disperazione presente in Disintegration, dove è persino possibile trovare episodi di rock molto acceso, come nella traccia d’esordio Open.

Nel 1996, a quattro anni di distanza dall’enorme successo di Wish, i Cure pubblicano Wild Mood Swings. Il decimo album in studio dei Cure è probabilmente ancora più strano di The Top del 1984. L’atmosfera generale è ancora più leggera di quella in Wish. Abbondano leggere canzonette pop (Mint Car) e di strumenti sudamericani in (The 13th) o di citazioni addirittura jazz (Gone!).

Nel 2000 esce Bloodflowers, ovvero un ritorno a quelle origini sonore che avevano fatto innamorare i fan di tutto il mondo. Secondo le parole di Robert Smith, Bloodflowers va a completare una trilogia iniziata nel 1982 con Pornography e proseguita nel 1989 con Disintegration. Bloodflowers è un disco molto lungo, pesante e impegnativo. Non è facile stare dietro a un disco composto per la maggior parte dalla chitarra acustica di Smith e con brani della durata media di sette, anche otto minuti. L’atmosfera generale è arresa. Smith attinge dalla sua vita per raccontare l’invecchiamento, il passare del tempo e l’impotenza di fronte a tutto questo. Nonostante le voci da anni parlino di perdita di ispirazione e di probabile scioglimento della band, i Cure pubblicano nel 2004 l’omonimo The Cure.

Il dodicesimo disco della band, prodotto da Ross Robinson – importante produttore nu-metal – è l’ennesimo disco di brani memorabili e altri dimenticabili. Spiccano l’opener Lost che mostra i muscoli della produzione mai così rock in casa Cure. Anche The Cure è un disco che prova a omaggiare le anime disparate della band. C’è spazio per il pop chitarristico di The End Of The World e Alt. End, ma viene concesso spazio ai Cure arrabbiati come nel caso di Lost e The Promise. Per avere un nuovo album dei Cure occorre aspettare altri quattro anni. Ormai la sensazione è che la band di Robert Smith abbia già detto e dato tutto e 4:13 Dream non fa che confermare questa sensazione.

Nonostante lo scarso successo dei dischi da Wish in avanti, nonostante le continue voci di scioglimento che Smith diffonde da almeno trent’anni, i Cure restano un gruppo fondamentale per capire gli anni ottanta musicali. Devastanti dal vivo ancora oggi – un loro show dura mediamente tre ore – i Cure non hanno più bisogno di pubblicare album. Sono una band con un repertorio potenzialmente infinito e con l’icona di band sopravvissuta agli anni Ottanta. Che, se ci pensate, non è esattamente poco.

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