Storie di sport – Peter Norman: il terzo eroe di Città del Messico

Storie di sport omaggia il grande atleta australiano Peter Norman. Le gesta del terzo eroe di Città del Messico nella nostra rubrica


Storie di sport – I tre atleti tagliano il traguardo

L’eroe è colui che compie azioni straordinarie, fuori dal comune ed in una maniera totalmente inaspettata.

Questa figura però, tanto nello sport quanto nella vita, non sempre viene riconosciuta al primo impatto e le sue abilità fuori dal normale vengono apprezzate solo in un secondo momento, quando potrebbe essere troppo tardi.

Nel nuovo appuntamento della nostra rubrica Storie di sport, il Diario di Rorschach vuole omaggiare un atleta le cui scelte coreggiose ne hanno influenzato la vita dentro e fuori da una pista di atletica.

Per narrare al meglio le gesta di questo sportivo, non solo dobbiamo tornare indietro nel tempo – come è solito in Storie di sport – ma anche cogliere il tratto sociale che faceva da cornice a quegli anni.

Siamo nel 1968 e Città del Messico si appresta ad ospitare la XIX Olimpiade moderna.

E’ un’edizione particolare quella messicana perchè, inserita in un periodo di forti cambiamenti e rivendicazioni sociali, si presta ottimamente come cassa di risonanza ad messaggio nato ben prima della competizione tra le strade di tutto il mondo.

Storie di sport – Il podio dei 200 metri

Grazie all’esposizione mediatica, infatti, i giochi concedono una finestra sul mondo ad una comunicazione universale con pochi contatti fra i diversi strati del globo.

L’immagine simbolo del torneo olimpico rimane, senza dubbio, quella del podio dei 200 metri di atletica.

Fermiamoci un attimo e ripartiamo proprio da quell’episodio.

Sul gradino più alto del podio per la finale dei 200 metri, Tommie Smith, a piedi nudi, saluta l’inno americano con il pugno chiuso – coperto da un guanto nero – al cielo.

Accanto a lui, sul gradino più basso, John Carlos lo segue a ruota alzando il pugno sinistro al cielo.

Di fianco i due un ragazzetto castano, un pò svampito e quasi capitato lì per caso.

Quel ragazzetto è il protagonista di una delle più importanti ed amare Storie di sport: Peter Norman.

Petern Norman è un giovane australiano che si è ben distinto sulla media distanza sin da subito nel suo Paese.

Arrivato alle Olimpiadi da totale sconosciuto, si fa subito notare per un invidiabile 20.22 – battuto solo dai due americani – nelle semifinali e per quel celebre secondo posto, subito dopo The Jet, nella corsa all’oro.

E arriviamo alla premiazione.

I tre atleti si avviano verso il podio.

Carlos si accorge di aver dimenticato i guanti e Peter Norman propone ai due di dividersi quel paio nelle mani di Smith.

Poco dopo il suggerimento, il corridore australiano si gira verso i due – avendo compreso pienamente le intenzioni degli americani – e dice:

“Io credo in quello in cui credete voi. Avete una di quelle anche per me?”Indicando la spilla del Progetto per i Diritti Umani.

I due atleti sono increduli e forse, al primo impatto, anche un pò infastiditi da quell’intromissione ma immediatamente si rendono conto delle buone intenzioni di Norman.

Paul Hoffman, canottiere americano bianco, ascolta quella conversazione e non perde tempo a passare la sua spilla all’australiano che, accanto a Smith e Carlos, lancia un forte appello al mondo intero in una battaglia che considerava anche sua.

Quell’amore visibile agli occhi di John Carlos, dettato da un gesto tanto semplice quanto importante, non fu lo stesso dei suoi connazionali al ritorno in patria.

La decisione di aderire al messaggio lanciato dai velocisti USA non è per nulla apprezzata nel nuovo continente che, oltre a relegare pian piano l’atleta nonostante gli ottimi risultati, lo boicotta in ogni modo facendolo sprofondare nel dimenticatoio.

Dopo un periodo come insegnante di ginnastica precario e lavoretti saltuari –  tra cui il macellaio e l’attore in una compagnia teatrale –  Norman si infortunia gravemente durante una staffetta amatoriale mettendo, addirittura, a rischio la gamba.

Ben presto diviene dipentente dagli antidolorifici che lo immergono in un turbine di alcol e depressione.

La vita continua fra insopportabili beffe – come quella di Sidney 2000, dove viene coinvolto solo sporadicamente dal Comitato Organizzatore – e l’ormai ex medaglia d’argento si trova a vivere un contesto che non ha ancora accettato quel gran gesto d’amore fatto a Città del Messico.

Muore improvvisamente nel 2006 a causa di un attacco cardiaco.

Al suo funerale, John Carlos – che con Smith porta a spalla la salma – dichiara:

“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare”

Alessandro Falanga

 

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