Carpenter80 – Big Trouble In Little China, la commedia secondo Carpenter

Big Trouble In Little China

Carpenter80 è una rubrica del Diario di Rorschach che si occupa di recensire i film degli anni ottanta di John Carpenter. Continuiamo con Big Trouble In Little China, film del 1986


L’ossessione per il vecchio West non ha mai mollato John Carpenter. Nonostante la devozione per i western, in tutta la sua carriera Carpenter non è mai riuscito a dirigere un film sul vecchio West, andandoci vicino diverse volte. Nel 1986 esce Big Trouble In Little China (Grosso Guaio A Chinatown). Nell’idea originale degli sceneggiatori, la pellicola avrebbe dovuto essere ambientata – per la gioia di Carpenter – nel vecchio West e avere per protagonista il classico cowboy senza passato che arriva in città e libera la ragazza dalle grinfie del malvagio stregone Lo Pan.
Ma il budget non altissimo costringe sceneggiatori e addetti ai lavori a ripensare la storia in chiave moderna, pur omaggiando un certo tipo di Cinema. Quello orientale.

Big Trouble In Little China è un film di azione, di avventura, di arti marziali cinesi, una storia di spiriti e mostri. E’ una commedia. E’ un film pop, colorato – uno dei pochi film di Carpenter ambientato di giorno – esplosivo e immaginifico, è l’esperimento più riuscito in relazione all’eterogeneità dei generi cui fa riferimento. Dal western al fantasy – tipico di quegli anni basti pensare a Labyrinth, I Goonies, Legend, Tron, passando per l’horror – marchio di fabbrica del regista – e per le arti marziali cinesi, dalle quali spicca il sotto-genere wuxia.

Ma in questa mistura di generi e sottogeneri il risultato è sempre lo stesso. La lotta tra il bene e il male (The Thing). Un mondo abbandonato dalle autorità e in mano ai fuorilegge (Assault On Precint 13, Escape From New York). L’anti-eroe (The Thing).
Insomma, più che nei due precedenti film – Christine e Starman – si ha l’impressione che in Big Trouble In Little China ci sia più Carpenter.
Basti pensare al tema del Male 
che serpeggia rivelando un universo in continua lotta per la sopravvivenza. Un tema caro al regista di Carthage.

Rapito dal ritmo colorato, deliziato dagli effetti speciali di Richard Edlund e ammaliato dalla colonna sonora che spazia dall’eterea musica cinese ai potenti sintetizzatori, lo spettatore si ritrova sospeso dalla realtà per poi essere proiettato progressivamente nel mondo del fantastico. Un mondo in bilico tra atmosfere fumose e soffocanti, stanze e vicoli claustrofobici come il camion nel vicolo o la fuga dei protagonisti dal covo dei sequestratori.
E ancora, labirinti, stanze delle torture, pozioni magiche, passaggi segreti. Anche in questo caso, come in Escape From New York sembra di far parte di un videogioco, con differenti livelli di difficoltà.

Il film ruota attorno al fanfarone Jack Burton, un’involuzione del cinismo di MacReady e dell’eroismo anarchico di Jena Plissken, tutti interpretati dal mitico Kurt Russell, personaggio vittima del ridicolo in più circostanze nonostante alla fine venga encomiato dallo sciamano Egg Shen (Victor Wong). Il rapporto non troppo idilliaco del protagonista con l’affascinante avvocatessa Gracie Law – Kim Cattrall – sedotta e abbandonata, oltre alla sua risolutezza mista a goffaggine rievocano ancora una volta i personaggi western dell’amato Howard Hawks, su tutti ovviamente John Wayne.
Carpenter non si limita a citare i personaggi western, ma li rende appunto ridicoli, goffi, imprevedibili, ma alla fine vincenti. Il Bene trionfa sul Male. 

Big Trouble In Little China è un divertissement d’autore in netto anticipo sui tempi, soprattutto sul versante d’azione e delle arti marziali. Un film che ammicca al cinema di Hong Kong. L’alto livello di spettacolarità visiva e e la sensazione di trovarsi dentro un videogame, proprio come Escape From New York fanno il resto.

Acclamato troppo tardi dalla critica e incredibilmente ignorato dal pubblico, il film incassa solo undici milioni di dollari a fronte dei venticinque spesi, ma a oggi rimane un punto di svolta per la futura cinematografia asiatica (basti citare Ang Lee) e americana (Quentin Tarantino e Robert Rodriguez) degli anni Novanta.

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