Carpenter80 – Christine La Macchina Infernale

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Carpenter80 è una rubrica del Diario di Rorschach che si occupa di recensire i film degli anni ottanta di John Carpenter. Continuiamo con Christine, film del 1983


Dopo lo scarso successo di The Thing – un flop temporaneo, dato che oggi il film è valutato come uno dei più importanti del regista statunitense – Carpenter è alla ricerca di una nuova idea da trasformare in pellicola. Accetta la proposta di dirigere Christine (Christine – La Macchina Infernale) che lo sceneggiatore Bill Philips – non Debra Hill quindi – ha tratto dal romanzo omonimo di Stephen King. In quegli anni lo scrittore stava iniziando a conoscere una certa fama e i suoi film – Carrie, The Shining – avevano avuto registi del calibro di Brian De Palma e Stanley Kubrick.
Il romanzo horror dello scrittore americano viene trasformato in un horror a basso budget. Con tanto di belle automobili e rock’n’roll.

Questa la trama. Arnie Cunningham – Keith Gordon – è quello che oggi chiameremmo un nerd, bistrattato dai compagni di scuola e oppresso dai genitori. Occhialuto e debole. Il suo unico amico è Dennis – John Stockwell – belloccio dal cuore tenero. Campione di football americano. C’è ovviamente la bella e impossibile di turno. Si chiama Leigh – Alexandra Paul – bella, intelligente e sogno sessuale di entrambi. La vera protagonista della storia è però una Plymouth Fury del ’58 alias Christine. Arnie la trova rovinata e abbandonata e si innamora subito. Vedendo il film si scopre che l’auto ha una vita propria e – fin dalla sequenza iniziale ovvero quando è alla fine della linea di montaggio e sta per uscire dalla fabbrica – possiede letteralmente tutti i suoi proprietari.

Pur essendo un lavoro su commissione, Carpenter riesce a mettere in scena un nuovo esempio delle sue ossessioni. I temi che interessano il regista americano ci sono tutti. La figura dell’antieroe – Arnie, che si ribella al ruolo impostogli dalla famiglia e dalla comunità – il Male che si impossessa di qualcuno – Christine può rappresentare il prodotto capitalista per eccellenza di un qualsiasi americano – e che va combattuto.
Christine è a tutti gli effetti il simbolo della dipendenza emotiva e del rapporto sessuale con l’oggetto meccanico. L’anima femminile dell’auto – che ha un nome, Christine appunto – ha comportamenti violenti scatenati dalla gelosia per l’umano, a sua volta oggetto di possessione. 

Il lungometraggio ha limiti nella sceneggiatura, che la messa in scena non riesce a eliminare. Ci sono luoghi comuni e stereotipi poco carpenteriani – i bulli, le officine, i dialoghi a volte stucchevoli – e la composizione del casting è poco incisiva, con giovani attori che recitano o troppo sopra le righe o con espressioni a volte imbambolate, non sapendo bene come muoversi e interagire all’interno della scena.

Carpenter, comunque, riesce in qualche modo a creare una certa tensione emotiva e una discreta suspense per tutto il film, dando il meglio durante le scene notturne e la messa in quadro dell’auto, vera protagonista, dove il rosso della carrozzeria e le sue curve metalliche si stagliano tra le ombre della notte.

Particolare menzione meritano poi gli effetti speciali di Roy Arbogast già collaboratore in The Thing.

Christine alla sua uscita ottiene un certo successo commerciale, incassando più del doppio di quanto è costato, e confermando Carpenter come un regista affidabile per le produzioni low budget. Oggi il film viene considerato un’opera minore del regista statunitense, anche perché Christine si scaglia in una filmografia che all’epoca contava su capolavori come Halloween, Escape From New York e The Thing. Nonostante questo il film ha avuto i suoi estimatori. Basti pensare che nel 2007 – venticinque anni dopo l’uscita del film – Quentin Tarantino rende omaggio al genio di Carpenter con Bullet Proof dove uno stuntman – indovinate chi? Kurt Russell – uccide persone a bordo di un’auto molto simile a Christine.

Christine inaugura una nuova fase nella carriera di Carpenter. Una fase di distacco dal suo Cinema classico – fatto di horror, fantascienza e critica all’Uomo – per approdare su lidi più leggeri, ma non per questo meno sorprendenti. 

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