Jack White – Boarding House Reach, la nostra recensione

Boarding House Reach

Dopo un’attesa lunga quattro anni, è uscito il nuovo disco di Jack White, ex leader dei White Stripes. La nostra recensione


Chi continua a dire che il rock è morto quasi sicuramente non conosce le gesta di Jack White. L’ex leader dei White Stripes ha dato vita a una carriera solista di tutto rispetto, battezzata nel 2011 col suo primo disco solista Blunderbuss e proseguita con Lazaretto del 2014. Nell’arco di questi anni White non ha semplicemente pubblicato dischi. Ha collaborato con artisti disparati – un nome su tutti, quello di Beyonce nel suo acclamato Lemonade – ha fondato la sua etichetta discografica la Third Man Records, ha rivitalizzato il vinile. Quella di Jack White è una passione sana e viscerale verso un certo tipo di musica che oggi è sempre meno diffusa.

Cosa aspettarsi dunque dal terzo solista di Jack White? Filosoficamente il disco è un’opera coraggiosissima che non si distacca molto dall’idea che c’era dietro Blackstar di David Bowie. Se nel disco del 2016 di Bowie l’idea era quella di far suonare a musicisti jazz musica prettamente rock, in Boarding House Reach White fa lo stesso, affidandosi a musicisti hip-hop.
L’ex voce dei White Stripes ha iniziato il lavoro scrivendo le prime bozze chiuso in una stanza con l’equipaggiamento base che usava quando ha iniziato a far musica quasi trent’anni fa, per poi sconvolgere quelle bozze con musicisti disparati come Carla Azar, Charlotte Kemp Muhl, Ann McCray, C. W. Stoneking, DJ Harrison, Daru Jones. Gente che proviene dal gospel, dal blues, dall’hip-hop. Gente diversa – musicalmente – dal folletto di Detroit. 

Non contento ha poi manipolato le registrazioni effettuate in analogico, combinando il nastro analogico con Pro Tools. Ne è venuto fuori un disco strepitoso e spiazzante, che amplifica le già immense potenzialità di Jack White. Boarding House Reach è un disco importante perché indica una possibile svolta per una musica – il rock, ma anche il blues altra passione sconfinata dell’ex voce dei White Stripes – che ha perso da tempo la capacità di rimodellarsi.

Può essere questa una nuova chiave di lettura del rock? E’ possibile che per fare ancora rock nel 2018 sia necessario cambiare la sostanza per ottenere quasi la stessa forma? Ascoltando il disco di Jack White la risposta non può che essere positiva; Boarding House Reach è un insieme, un ammasso, un mix di suoni completamente differenti tra loro che attraverso la voce filtrata di White trovano una naturale armonia.

Jack White non ama ripetersi. Specie nella sua carriera solista ha più volte rischiato, ma mai come questa volta si ha la sensazione di un capitolo nuovo nella vita musicale del musicista di Detroit. Un capitolo anche rischioso. 

L’opener Connected By Love – primo estratto dal disco – è un gospel che sembra continuare la strada di Lazaretto. Un filo sottile collega il disco del 2014 con questo, ma è solo uno specchio per le allodole. Già ascoltando Why Walk A Dog e Corporation la sensazione è quella di trovarsi dinanzi a un universo musicale dove tutto diventa possibile. Dove digitale e analogico convivono pacificamente, senza scontrarsi. Dove beat elettronici, riff blues, funky, rock convivono perfettamente, guidati dalla voce di Jack White.
Le tastiere sembrano uscire da un disco dei Doors e si amalgamano magnificamente con le congas o con la chitarra effettata di White.



Corporation parte come una strumentale dove la voce di White e delle sue donzelle diventa strumento anch’essa, in bilico tra urla e declamazioni rap o addirittura in monologhi recitati come accade in Abulia And Akrasia, in Everything You’ve Ever Learned, Ezmeralda Steals in The Show o nell’intro di Get In The Mind Shaft.
Sembra di ascoltare il Prince di Purple Rain (il disco) o addirittura i Daft Punk come nel caso di Get In The Mind Shaft. È un continuo ribaltamento di prospettiva in uno strumentale che solo dopo tre minuti si trasforma in un pezzo cantato.

Ice Station Zebra è il manifesto programmatico di Boarding House Reach. Si piazza esattamente a metà disco, con la voce di Jack White che si cimenta in un canto rap, sostenuto da una batteria incalzante e da riff di tastiera e pianoforte con il Nostro intento a raccogliere l’attenzione attraverso una trama funky blues accattivante. Ice Station Zebra è nata qualche anno fa, durante una session con Jay-Z. E’ quindi un brano pesantemente influenzato dall’hip-hop, tanto nell’arrangiamento quanto nel cantato. 

Ogni brano di Boarding House Reach spiazza l’ascoltatore, come accade in quei dischi che rivoluzionano l’idea che ci si era fatti di un artista. Come ascoltare Kid A dei Radiohead dopo aver amato Ok Computer. Le basi ritmiche prese dall’hip-hop vengono suonate da strumenti veri, come fanno i The Roots. Momenti di grande dolcezza si alternano a riff brutali, a urla in falsetto, a drum machine che si fondono con le batterie analogiche. Soprattutto, la forma-canzone viene chiaramente rifiutata. Chi si aspetta brani con l’impostazione strofa-ritornello-strofa-ritornello-ritornello resterà deluso. La voce di Jack White è spesso filtrata, modificata, plasmata. A volte recita e a volte rappa, o qualcosa del genere.

In tutto questo resta però viva l’essenza del vecchio Jack White: Over And Over ha un riff degno del miglior Jimmy Page, con un ritornello puramente gospel che diventa sempre più inquietante, grazie agli effetti vocali. Un incubo colorato. What’s Done Is Done ha il suono di Blunderbuss se non fosse per i beat elettronici; Humoresque è una ballad dal sapore jazz dove il musicista del Michigan riabbraccia gli strumenti classici e che ha il compito di chiudere un viaggio stralunato, imprevedibile. Allucinato.

Non sappiamo ancora come la storia battezzerà Boarding House Reach, sappiamo che oggi, con il rock in caduta libera, Jack White sembra indicare una via. Una vita senz’altro rischiosa che prova a cambiare le carte in tavole per come abbiamo sempre amato il rock. Può essere questa un nuova vita per il rock? Nel dubbio, lunga vita a Jack White. 

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