Principe Libero, il rapimento di Fabrizio De André

Principe Libero

Su Diario di Rorschach parliamo di Principe Libero, prodotto RAI che racconta la vita di Fabrizio De André. La nostra recensione


Hanno rapito Fabrizio De André. Per quei pochi che non lo sapessero, Fabrizio De André è stato un personaggio atipico nella storia della musica italiana. Schivo, timido, introverso, la sua è la figura più unica che rara di un poeta che era anche cantautore, e ovviamente il contrario. La vita di De André è nota a molti. Una vita intensa, ma quello per cui verrà ricordato per sempre sono le sue canzoni, affreschi poetici dell’Uomo che è stato sviscerato, raccontato attraverso LP memorabili come Storia Di Un Impiegato, La Buona Novella – la storia del Cristo umano – Anime Salve, solo per citarne alcuni.

La poetica di De André era volta alla comprensione e al perdono, non alla condanna. Le storie di De André raccontavano mondi lontanissimi eppure vicini, mondi dove la bellezza si manifestava nelle maniere più insolite e per questo sorprendenti e autentiche.


Principe Libero, prodotto dalla RAI, aveva l’intenzione di raccontare la vita di De André. Una vita, appunto, arrivata a noi comuni mortali attraverso leggende, aneddoti, storie raccontate da Dori Ghezzi, sua compagna di una vita. I rarissimi video su YouTube mostrano un Faber timido e umile, ma sempre intenzionato a dispensare buoni consigli. Un personaggio poco telegenico in un mondo all’epoca ancora analogico, che preferiva parlare attraverso i suoi dischi.

La verità – ve lo diciamo subito – è che Principe Libero racconta sì la storia di Fabrizio De André ma lo fa in una chiave umana troppo umana e poco artistica, tanto per intenderci. La prima parte, quella dove un giovane De André ama bighellonare per le strade di Genova, è sicuramente la parte più interessante, un dietro le quinte raccontato in maniera dettagliata e minuziosa.
Quando però Faber diventa un cantautore a tutti gli effetti – esattamente nel momento in cui Mina porta in tv La Canzone Di Marinella – in quel preciso istante Principe Libero inizia a mostrare le sue debolezze, continuando a raccontare il De André privato e dimenticando di raccontare l’artista, il poeta, il cantautore, il musicista, il fabbro di parole.


Dischi come Non Al Denaro Non All’amore Né Al Cielo, Volume 8, L’Indiano vengono completamente dimenticati. Non vengono nemmeno citati. Non vengono raccontate le idee di Faber, le sue intuizioni, le sue ispirazioni. Il De André anarchico è solo accennato. Viene mostrato il rapporto conflittuale con la prima moglie Puni e l’amore profondo per Dori. Compaiono le sue paure, le sue fobie – quella per il palco – il suo rapporto di amore/odio col padre. Tutto interessante, se vogliamo, ma poco calzante con la vita di un poeta.
La vena poetica non viene nemmeno considerata per lasciare spazio al puro gossip. Carne da macello per spettatori dormienti.


Principe Libero, Luca Marinelli e Gianluca Gobbi sul set
Principe Libero, Luca Marinelli e Gianluca Gobbi sul set

Eppure di carne al fuoco ce ne sarebbe eccome; interessante il rapporto con Paolo Villaggio – interpretato da un meraviglioso Gianluca Gobbi –  breve ma intenso quello con Luigi Tenco (Matteo Martari) ma all’appello mancano fior fiori di musicisti come Francesco De Gregori, Nicola Piovani, la PFM, Massimo Bubola, Mauro Pagani, Ivano Fossati, una schiera di collaboratori che è transitata nella vita di De André arricchendo il bagaglio del cantautore genovese e regalando a noi ascoltatori devoti dischi senza tempo.

Manca il contesto storico: il ’68 viene solo citato, il terrorismo italiano nemmeno viene raccontato, figuriamoci Tangentopoli, ma forse questo sarebbe stato chiedere troppo.

Ritorniamo allora alla musica: un disco come Crêuza De Mä – considerato patrimonio culturale e musicale degli anni Ottanta da gente come David Byrne o Wim Wenders – cede spazio e minuti alla storia del rapimento, attorno alla quale gira quasi tutta la storia di Principe Libero. Una storia sbagliata.


Certo, comprendiamo anche che nella storia non ci sarebbe potuto essere spazio per tutto questo, ma sicuramente un tratto più ispirato e meno gossipparo avrebbe avvicinato anche le giovani generazioni, invece della solita storia di amore con tradimenti, fino al finale alla volemosebbene dove De André si sposa (evviva!) e vissero tutti felici e contenti, ma de che?

I lati positivi di questo Principe Libero sono le interpretazioni di tutto il cast: Luca Marinelli è eccezionale, anche se il suo accento un po’ troppo romano è difficile da perdonare – d’altronde in Tutti I Santi Giorni aveva recitato in toscano, vogliamo pensare che abbia avuto poco tempo per prepararsi al meglio – ma Marinelli dimostra di essere uno degli attori più bravi sui quali sperare per i prossimi anni. Accanto a lui un’eclettica Valentina Bellè nel ruolo non facile di Dori Ghezzi ed Ennio Fantastichini nei panni del padre – anche in questo caso romano e non genovese – Giuseppe De André.

Una lavorazione più accurata avrebbe reso Principe Libero un ottimo modo per avvicinarsi all’universo di Fabrizio De André. Resta un prodotto superficiale – pur avendo una serie di punti a favore come il cast e ovviamente la colonna sonora – che avrebbe dovuto essere fatto in maniera più approfondita. Per conoscere il mondo di De André mai come ora è necessario ascoltare la sua musica. Lì De André ha messo tutto sé stesso e ha raccontato tutti i suoi mondi.

Seguendo il pensiero di De André anche noi non ci sentiamo di condannare il film, ma di perdonare gli autori. Un po’ lo stesso atteggiamento che ebbero Dori Ghezzi e Fabrizio quando parlavano del rapimento. Hanno rapito De André, l’unico modo per renderlo veramente libero è ascoltare la sua musica.

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