La leggenda del santo bevitore, la favola contemporanea di Joseph Roth

La leggenda del santo bevitore, il testamento letterario di Joseph Roth. La recensione del racconto breve su Diario di Rorschach

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La leggenda del santo bevitore – La copertina del racconto

Descrivere la realtà, nella speranza di diffondere uno specifico messaggio, è un qualcosa di molto complicato per uno scrittore.

Molto spesso, infatti, si cerca di utilizzare un artificio specifico affinchè la storia narrata riesca in qualche modo a centrare in pieno l’obiettivo e allo stesso tempo rendere al meglio una storia di tutti i giorni.

Questo tipo di espediente è riscontrabile ne La leggenda del santo bevitore, racconto breve di Joseph Roth del 1935, edizione italiana del 1975, pubblicato pochi mesi dopo la morte dell’autore.

La tecnica utilizzata da Roth, per lo scritto considerato il suo testamento letterario, è quella presente nella più classica delle favole contemporanee dove, però, si riescono ad incrociare diverse sfumature che permettono tanto al lettore quanto allo scrittore – trattandosi di una sorta di autobiografia – di giungere ad un comune sguardo della quotidianità attraverso le pagine del racconto.

La trama narra le vicende di Andreas Kartak, clochard di casa sotto i ponti parigini, che dopo aver ricevuto la somma di duecento franchi da un ricco signore – un miracolo per un personaggio come lui – cerca in ogni modo di restituire la somma con un’offerta alla chiesa di Santa Teresa.

Trattandosi di un clochard, e per di più bevitore, la restituzione di quel denaro diventa però un’impresa per Andreas il quale si trova ad affrontare una serie di situazioni che da un lato lo avvicinano sempre più alle tentazioni e dall’altro lo portano ad una corsa per onorare il debito contratto.

Oltre ai fin troppo evidenti riferimenti autobiografici – come le origini austriache e il vizio dell’alcol del protagonista della storia – La leggenda del santo bevitore conduce a tre fasi specifiche che rimaracano in un certo senso vita, morte e miracoli del protagonista proprio come un santo.

La prima parte del racconto rimarca sia la dignità dell’uomo che le debolezze del personaggio.

L’obiettivo di restituire la somma avuta, cercando di far emergere la propria onorabilità, e il continuo rincorrere i piaceri della vita rimarcano tanto la volontà di un uomo di espiare i propri peccati – metaforicamente descritti dai duecento franchi – quanto nel tentativo di riprendere in mano la propria esistenza, attraverso quei piccoli attimi di felicità, dettati dal pernod e dalle donne.

Joseph Roth

Questo primo punto, che determina buona parte della fase iniziale della narrazione e in cui si alternano diversi miracoli che conducono Andreas ad altrettante situazioni particolari, si ricollega direttamente al secondo elemento dello scritto individuabile nel recupero del tempo perduto.

La presenza di quella somma esigua, unita ad altre piccole somme ottenute un pò per caso un pò per volontà del protagonista, permettono al clochard non solo di riconsiderare il proprio percorso di vita ma anche di recuperare tutti quei legami forti che fino a quel momento avevano indirizzato, in positivo ed in negativo, la propria esistenza.

La parte conclusiva, infine, conduce a quel miracolo, per l’appunto, considerato quasi irraggiungibile per l’intero arco narrativo a causa delle peripezie del protagonista.

Ciò, in un lieto fine dal sapore amaro, consente ad Andreas di riscattare totalmente quella vita travagliata condotta fino ad allora, confermando la bontà e la genuinità della sua figura, e contemporaneamente accompagnare il personaggio all’apice della propria esistenza grazie al raggiungimento dell’obiettivo principale di tutta la storia.

“Non c’è nulla a cui gli uomini si abituino più facilmente dei miracoli, quando accadono una, due, tre volte. Sì, la natura degli uomini è tale che arrivano addirittura ad arrabbiarsi se non ottengono in continuazione ciò che un destino casuale e passeggero sembra aver loro promesso.” (La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth, 1935)

 

 

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