Arcade Fire – Everything Now, il sorprendente nuovo disco del collettivo canadese

Arcade Fire, Everything Now

Everything Now, il nuovo album degli Arcade Fire è finalmente in circolazione. La nostra recensione su Diario di Rorschach


Sono passati quattro anni da quel LP creativo e profondo di nome Reflektor, il disco – sino a quel momento – che aveva sconvolto il suono degli Arcade Fire. Oggi finalmente – dopo aver assaggiato il nuovo album con ben quattro singoli usciti – possiamo parlare di Everything Now.

Il nuovo album prosegue sulla falsariga del precedente LP Reflektor, estremizzando ancora di più la componente sperimentale ed elettronica del collettivo canadese. Brani come Peter Pan o We Don’t Deserve Love – probabilmente il pezzo migliore del disco dove i violini vengono usati per creare un’atmosfera elettronica e sognante – mostrano l’ennesima nuova pelle della band capitanata da Win Butler e Régine Chassagne.


Se a un primo ascolto i brani possono sembrare più easy listening – come nel caso di Everything Now primo singolo estratto che sembra uscire dalle sessioni di The Suburbs, o Creature Comfort – scavando in profondità si scopre un’anima sorprendente, imprevedibile, psichedelica.

Everything Now suona come un disco che segue molteplici strade. Si passa dall’elettroreggae – non sappiamo come altro descriverlo – di Chemistry al punk rock con tanto di sviolinate di Infinite Content. Forse uno dei pochi momenti che rimandano al passato.
Ancora: la disco smaccatamente anni Ottanta di Electric Blue – omaggio nemmeno troppo celato al David Bowie di Sound And Vision – cantata dalla Chassagne e il dub di Put Your Money On Me. Ascoltando il disco non c’è traccia degli Arcade Fire di Funeral o Neon Bible.


Everything Now ha una struttura circolare: il primo e l’ultimo brano sono molto simili, com’era già accaduto in The Suburbs. L’idea – a detta della band – è quella di dare la sensazione di una playlist che in quanto tale è fatta da musica diversa. Obiettivo sicuramente centrato.

Per questo nuovo album gli Arcade Fire si sono rivolti a Thomas Bangalter dei Daft Punk – abile maestro nel creare suoni elettronici in grado di far ballare, cosa che ascoltando il disco accade più di quanto pensiate – Steve Mackey dei Pulp e Geoff Barrow dei Portishead. Il risultato è una produzione potente per un disco eterogeneo con una personalità forte. Molto forte. In pochi si sarebbero aspettati una coppia di brani come Signs Of Life o Good God Damn dall’anima funky e molto seventies. Un disco che fa saltare, ballare, cantare, emozionare.



Di fronte a un album del genere – che alterna, ripetiamo, momenti acustici, altri funky, altri ancora psichedelici e introspettivi – è difficile trovare un filo comune, specie per una band che ci aveva abituato a dischi molto coerenti tra loro come accadeva ad esempio in The Suburbs.
Gli Arcade Fire degli inizi citavano David Bowie, gli U2. Oggi invocano gli ABBA e i Talking Heads. Usano i sintetizzatori, sono insomma in continua evoluzione.

Sicuramente i fan della prima ora – abituati a dischi concettuali sia a livello di testi che di musiche – storceranno il naso com’è già accaduto. Fatevene una ragione: gli Arcade Fire continuano a evolversi, fregandosene delle aspettative. E a noi piacciono così.

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