Arrival

Arrival, la new wave del Cinema di Fantascienza

Uscito nelle sale lo scorso inverno, Arrival dimostra che il Cinema di fantascienza è vivo e pulsante. Ne parliamo sul Diario di Rorschach


In guerra non ci sono vincitori, solo vedove (Louise – Arrival)

Da un paio di anni buoni il genere fantascientifico sembra essere tornato a splendere. Diversi film usciti negli ultimi tempi hanno lasciato il segno: Gravity, Interstellar, Ex Machina sono tutti lungometraggi qualitativamente superiori. Arrival rientra in questa lista. 
L’idea del film è quella di raccontare l’arrivo di forme di vita aliene sul Pianeta Terra.


Dodici navicelle spaziali arrivano sul Pianeta Terra. Si trovano in diversi angoli del Pianeta. Una si trova in Cina. Un’altra negli USA. Un’altra ancora in Canada e così via. Nessuno sa cosa voglia dire la loro presenza sul nostro Pianeta.
Ora, chi ha un minimo di conoscenza del genere fantascientifico, sa che una storia del genere è stata raccontata infinite volte. Spesso con risultati deludenti o addirittura grotteschi. Quello che fa Arrival è – abbiamo detto – raccontare l’incontro tra l’Uomo e l’Alieno. L’essere umano del film – e protagonista del film – è una linguista che mette in risalto il linguaggio. Mette in risalto la comunicazione con le forme di vita aliene. Cerca un contatto. Cerca una connessione con gli Alieni. Cerca insomma di capire i motivi del loro arrivo sul nostro Pianeta. La protagonista ha un passato un po’ triste, con la scomparsa della figlia avvenuto tempo prima.

Il film riflette sul Tempo, sul Linguaggio, sull’Amore, sulla Vita. Arrival si trasforma ben presto in film filosofico servendo sul piatto diversi spunti di riflessione allo spettatore. Quello che ogni film di fantascienza dovrebbe fare. Il linguaggio diventa la chiave per capire il film. In una scena la protagonista Louise Banks spiega una teoria – i linguisti la chiamano ipotesi Sapir-Whorf – secondo la quale la lingua che si usa è in grado di influenzare i pensieri e riprogrammare la mente. Si adatta come se la mente fosse acqua in un bicchiere. Questo concetto è alla base del film che – specie nella seconda parte – mostra i muscoli ribaltando completamente le idee e le aspettative di chi guarda.


Arrival, Amy Adams sul set
Arrival, Amy Adams sul set

Arrival è un film che – seppur con concessioni e licenze narrative – contiene molta scienza ponderata, com’era già accaduto in Interstellar di Christopher Nolan. Stephen Wolfram –  fisico e matematico britannico noto per i suoi studi di fisica delle particelle, teoria della complessità, automi cellulari e algebra simbolica – ha collaborato per rendere il più possibile veritiero quello che vediamo su schermo.

Alla base di questa new wave fantascientifica c’è la scienza. C’è anche il bisogno di conoscenza, più che la reale sete d’avventura e l’esplorazione di pianeti sconosciuti. Le forme aliene non vengono viste come ostili, ma anzi, con estrema curiosità, almeno da Louise e dal suo staff. Quello che fa la protagonista – interpretata da una intensa Amy Adams – è cercare di capire il loro essere, la loro cultura, attraverso il linguaggio e la comunicazione in generale. Louise scoprirà più di quello che le serve. Louise scoprirà più cose su sé stessa che sulle forme di vita aliene.
Arrival è anche film multiculturale, in linea con il pensiero di questi anni. Ci si apre al diverso, si cerca di comprenderlo e capirlo. Alla faccia di chi vorrebbe bombardare o cacciare l’estraneo.

Tutto questa carne al fuoco non inquina il film che scorre in maniera pulita e precisa, calibrano alla perfezione i momenti più salienti, grazie all’ottimo montaggio di Joe Walker – montatore per Hunger, Shame, 12 Years A Slave – e alla regia matura di Denis Villeneuve. Il regista canadese ci regala uno dei film più riusciti e sorprendenti della sua carriera, dimostrando di essere regista pronto al grande salto. Non a caso ci sarà lui dietro la regia di Blade Runner 2049.
Le sensazioni – molte e sfaccettate – che si provano guardano il film vengono amplificate dalla colonna sonora glaciale curata dal musicista svedese Jóhann Jóhannsson, altro punto di forza del lungometraggio. La fotografia è invece curata da Bradford Young.

Il cast vede la presenza di una incredibile Amy Adams – l’avevamo già lodata nella recensione di Nocturnal Animals – ma anche di Jeremy Renner, Forest Whitaker e Michael Stuhlbarg.

Arrival è un film pregiato, è un modo attuale di intendere il Cinema di fantascienza. E’ un film da rivedere più volte. E’ un film singolare, sorprendente ma anche inquietante. E soprattutto, pone degli interrogativi a chi guarda il film, specie quando scorrono i titoli di coda. Che, se ci pensate, è quello che ogni film di fantascienza dovrebbe fare.


 

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