L’uomo in fuga: lo scenario orwelliano del Re dell’horror

L’uomo in fuga è una delle storie più avvincenti di Stephen King (che in questo caso scrive con lo pseudonimo di Richard Bachman). Reality violenti, disparità sociali e potere dispotico sono gli elementi costitutivi della realtà orwelliana creata dal Re dell’horror

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Una delle caratteristiche maggiori degli scrittori è quella di ridipingere la realtà, andando a creare un futuro differente rispetto a quello che ci si aspetta.

Questo tipo di visione, che riprende diversi aspetti della quotidianità portandoli alle estreme conseguenze, rende il mondo che conosciamo diverso ed immerso in un contesto totalmente inaspettato.

E’ proprio questa la visione del Re dell’horror, che in questa specifica occasione scrive sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, ne “L’uomo in fuga”.

Immaginando una dispotica America, che ricorda tanto la realtà descritta da Orwell in 1984, King riesce a creare un mondo in cui spaventosi giochi televisivi rappresentano il mezzo per nascondere alla gente l’orrore della realtà.

L’uomo in fuga, che si distingue dalle altre opere dell’autore dato il suo carattere non propriamente horror, narra le vicende di Ben Richards, ragazzo disoccupato di 28 anni, che sopravvive, con la moglie Sheila e la figlia Cathy, alla dura quotidianità di un quartiere difficile chiamato Co-Op City.

La malattia della piccola Cathy, che costringe Sheila a prostituirsi per “portare

L'uomo in fuga
L’uomo in fuga

avanti” la famiglia, e la pesante situazione da sostenere, convincono Ben a partecipare ad uno dei tanti reality, che al premio in denaro contrappongono la vita del concorrente, proposti dalla potente organizzazione dei Giochi alla tri-vu.

Dopo diverse prove fisiche e attitudinali, viene scelto per lo spettacolo di punta L’uomo in fuga, un crudele show, destinato a coloro considerati “scomodi” dalla Lega dei Giochi, dove il protagonista, braccato dai Cacciatori della Rete e da chiunque lo riconosca, intasca cento dollari per ogni ora di sopravvivenza e, se allo scadere dei trenta giorni concessi è ancora vivo, un miliardo di dollari.

In questa sua pericolosa avventura, dove viene a contatto anche con un gruppo di giovani ribelli che lo aiutano nella fuga, Ben non solo scopre la crudeltà del gioco sulla sua pelle ma anche una scomoda, e alquanto pericolosa, verità rigurdante i livelli di inquinamento negli Stati Uniti.

Infatti, grazie a Bradley, un ragazzo di colore che lo aiuta sin da subito (grazie alla sua banda sparsa in tutta l’America), scopre che l’aria negli States è praticamente irrespirabile e, a differenza dello strato povero della popolazione, la gente utilizza dei filtri, invisibili ai più, per evitare malattie mortali (come il cancro che ha colpito la sua sorellina Cassie) provocate dall’alto tasso di inquinamento ambientale.

Comprendendo l’utilità dei giochi e sperando di rimanere vivo, pensando sempre più alla salvezza della sua famiglia, Ben continua la sua fuga in maniera a dir poco avventurosa fino all’inevitabile scontro con i “poteri forti”.

Dopo aver preso in ostaggio una donna, per tenere in scacco gli autori del reality e vivere ancora qualche giorno, l’uomo in fuga giunge all’aereoporto dove, giocandosi la carta della bomba bluff, lo attendono i Cacciatori e un aereo per sfuggire.

Quando la fuga, e la sopravvivenza, sembrano ormai ad un passo, Ben riceve la notizia della morte di sua moglie e di sua figlia e, dopo aver messo fuori gioco McCone, capo dei Cacciatori, e Robert S. Donahue, Agente del Consiglio dei Giochi travestito da pilota, decide di riscattare l’umanità, e sè stesso, attraverso un atto tra l’eroismo e la disperazione: dirigersi con il veivolo verso l’imponente Games Building, il Palazzo dei Giochi, e schiantarsi contro di esso.

Rispetto a tante altre storie, quella de L’uomo in fuga è tanto più realistica, data l’assenza di mostri o creature (tipiche degli scritti di King), quanto più realizzabile, dati i riferimenti (circa trent’anni prima) alle possibili conseguenze dell’inquinamento, e alle relative malattie, e ai numerosi reality, contemplati come arma di distrazione di massa.

A ciò, inoltre, si aggiunge anche la particolarità nella narrazione che si propone come un countdown che parte da 100, corrispondente al giorno in cui Ben Richards decide di partecipre ai giochi, fino ad arrivare a 000, giorno dell’epilogo al Games Building.

 

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